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Messaggio per la Quaresima 2016 | Gesù morto e risorto la nostra salvezza

DIOCESI DI TRIESTE
+ Giampaolo Crepaldi
Arcivescovo – Vescovo di Trieste

MESSAGGIO PER LA QUARESIMA 2016

GESÙ MORTO E RISORTO

LA NOSTRA SALVEZZA

Carissimi presbiteri, diaconi, consacrati e consacrate, fedeli laici della Chiesa di Trieste: “grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo” (1Cor 1,3).

Quaresima, tempo di misericordia

1. Il tempo santo della Quaresima ha preso avvio con un gesto ricco di significati e di richiami spirituali: l’imposizione delle ceneri sul nostro capo. Esso è, infatti, l’espressione esterna di un atteggiamento interiore che richiama l’umiltà e la sincera consapevolezza della nostra condizione umana, segnata dal limite e dal bisogno di aiuto e di salvezza. Nel- la Sacra Scrittura, Dio si rivolge al suo popolo con questo lamento: «Ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua» (Ger 2,13). Nel tempo della Quaresima, la Chiesa ci invita a fare un serio esame di coscienza per verificare tutte le volte che non abbiamo ascoltato la voce di Dio Padre, che abbiamo preferito fare di testa nostra, che abbia- mo ritenuto che le strade del peccato e del male ci rendano felici e realizzino la nostra vita. Di fatto, il seguire passioni disordinate al posto di dare un ordine alle pulsioni del cuore e della vita, il far prevalere l’egoismo invece che la carità e la solidarietà, il coltivare l’attaccamento al denaro, il lasciarsi dominare dell’orgoglio, il porre se stessi come criterio delle proprie azioni, il piegarsi a idoli che si rivelano sempre essere dei falsi assoluti terreni e ingannevoli sostituti di Dio, tutta questa realtà peccaminosa ci toglie la libertà interiore e non appaga il cuore. Se questo è lo scenario interiore delle nostre vite, è bene mettere in conto il castigo di Dio. La Parola di Dio ci ricorda con assoluta serietà che il peccato è già castigo a se stesso: «La tua stessa malvagità ti castiga» (Ger 2,19; cfr. Rm 1,24). Non è che Dio ci vuole castigare se facciamo scelte peccaminose. Non è Dio che ci castiga, siamo noi a farci del male quando operiamo in un certo modo.

2. Se incappiamo nella sventura del peccato, soprattutto del peccato che produce condizioni mortali per la nostra anima e il nostro spirito, è possibile uscirne? Per rispondere a questa domanda, è bene anche qui dire una parola di verità. Da soli, con le nostre povere forze, la risposta è no, non ce la facciamo. Ma, se ci affidiamo a Dio Padre che nella morte e risurrezione del Figlio suo Gesù Cristo ci ha manifestato il suo volto pieno di misericordia e attraverso l’azione incessante dello Spirito Santo continua a operare il miracolo del rinnovamento delle anime, allora la risposta è positiva. Dio Padre ci offre la strada del perdono, della misericordia e della grazia; una strada di vita e di luce, già percorsa da una folla innumerevole di sante e di santi; una strada con le indicazioni sicure fornite dalla Parola di Dio e dai dieci comandamenti; una strada con le sue aree di servizio quali sono i sacra- menti, soprattutto quelli della confessione e dell’eucar Il tempo della Quaresima è il tempo che la Chiesa ci offre, invitandoci a percorrere la strada della salvezza, offrendoci in abbondanza la grazia della misericordia di Dio che ci chiama a conversione. «Convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15): sono queste le parole di Gesù che la Chiesa ci rivolge all’inizio della Quaresima. Se le ascoltiamo e le accogliamo con animo sincero ed aperto, possiamo trovare in esse la voce di Dio stesso che ci invita a dare una svolta alla nostra vita, a trovare il coraggio di mettere fine ad abitudini perverse, a cambiare l’orizzonte dei nostri pensieri e dei nostri desideri, a saper dire di no a seduzioni attraenti, ma ingannatrici.

3. L’esperienza della misericordia di Dio è profondamente liberante: essa è terapia che ci guarisce, restituendoci la salute spirituale, fatta di pace profonda e di gioie intime. Lo sa molto bene Papa Francesco che ha indetto il Giubileo della misericordia, Giubileo che è stato accolto con grande gratitudine anche qui a Trieste da tutta la Chiesa diocesana con l’apertura della Porta Santa presso la Cattedrale di San Giusto il 13 dicembre dell’anno scorso. Varcare la Porta Santa non deve essere solo un gesto di devozione formale. Vuole essere e deve essere qualcosa di più: la Porta Santa va intesa come la mèta a cui si arriva dopo aver percorso quella strada che richiamavo poche righe sopra, la meta quindi di un serio cammino spirituale di affidamento al Padre della misericordia e di conversione del cuore per essere misericordiosi come il Padre (cf. Lc 6,36). E’, in definitiva, la meta agognata di un pellegrinaggio esistenziale. A questo riguardo, Papa Francesco ha scritto delle parole illuminanti: “La vita è un pellegrinaggio e l’essere umano è viator, un pellegrino che percorre la strada fino alla meta agognata. Anche per raggiungere la Porta Santa a Roma e in ogni altro luogo, ognuno dovrà compiere, secondo le proprie forze, un pellegrinaggio” (Misericordiae vultus, n. 14). Si tratta evidentemente di un pellegrinaggio Aggiunge il Papa: “Il pellegrinaggio, quindi, sia stimolo alla conversione: attraverso la Porta Santa ci lasceremo abbracciare dalla Misericordia di Dio e ci impegneremo ad essere misericordiosi con gli altri come il Padre lo è con noi” (Ivi).

4. Per rendere più agile e sicuro il nostro pellegrinaggio giubilare, consentitemi di offrirvi qualche utile Per prima cosa è bene cominciare coltivando un atteggiamento penitenziale. Il vero pellegrinaggio, infatti, incomincia sempre nel cuore di ognuno di noi: è il cammino per la conversione del cuore alla misericordia. Occorre pertanto essere disponibili ad aprire il cuore alla misericordia di Dio, a riconoscere i peccati della propria vita e a rinnovare il cammino di conversione del cuore al bene. In secondo luogo, è bene prepararsi all’incontro con il Signore nel sacramento della riconciliazione. Il pellegrinaggio penitenziale, infatti, deve portare al Sacramento del perdono. Il dono della misericordia del Padre e la decisione per la conversione del cuore, trovano il loro vertice nella celebrazione del Sacramento della misericordia: è Cristo Risorto, vivente e in cammino con noi che, attraverso la Chiesa, ci dona lo Spirito per la remissione dei peccati. In terzo luogo, è bene prendere in considerazione – o da soli, ma anche con la compagnia della propria comunità parrocchiale – la celebrazione del Giubileo, varcando la Porta santa collocata nella nostra bella Cattedrale, usufruendo del dono dell’Indulgenza giubilare. Si tratta di fare – ripeto da soli o in forma comunitaria – un cammino di fede, di preghiera, di contemplazione e di gratitudine per la misericordia del Padre. Inoltre, nella nostra Cattedrale è stato predisposto un significativo percorso tutto proteso a farci riscoprire i sacramenti della nostra iniziazione cristiana: battesimo, cresima ed eucaristia. In fine, come sempre nel cristianesimo quando l’esperienza spirituale è autentica, il dono della conversione porta il credente a farsi testimone dell’amore e della carità di Dio verso il suo prossimo. Varcare la Porta del Cuore misericordioso di Dio significa, utilizzando le parole di Papa Francesco, “fare l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali… È mio vivo desiderio che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale” (Misericordiae vultus, n. 1%). È la tappa del- la testimonianza dell’amore misericordioso, che apre il cuore alle dimensioni ricche e feconde della vita cristiana.

5. In questa salutare prospettiva delineata dal Giubileo della misericordia, con questo Messaggio per la Quaresima mi sono proposto di illustrarvi la parte finale e conclusiva della vita di nostro Signore Gesù Cristo – la sua passione, morte e risurrezione –, portando così a compimento un itinerario che è andato sviluppandosi nei precedenti messaggi quaresimali tutti dedicati a illustrare alcuni aspetti della missione terrena del Figlio di Dio: i suoi miracoli, le sue parabole, i suoi discorsi. Il mistero della passione, morte e risurrezione del Signore Gesù – cioè il mistero pasquale come viene propriamente chiamato – è il mistero centrale e fontale della misericordia divina e, quindi, è il mistero centrale e fontale della nostra fede e della nostra salvezza. Permettetemi di pro- porvi alcuni momenti salienti della passione del Signore che accompagno con qualche annotazione spirituale e morale.

La passione e la morte di Gesù

6. Il Getzemani: la solitudine di Gesù nell’orto. Quando si ascoltano o si leggono i racconti della passione di Gesù si resta sbalorditi dalla domanda che rivolge ai suoi discepoli: “Potete bere il calice che io sto per bere?” (Mt 20,22). Sappiamo che il calice, in tutte le culture umane, è simbolo di amicizia e di condivisione. Nel caso del Signore è diverso: il suo è un calice amarissimo: “Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!” (Mt 26, 39). Questa sua straziante preghiera è un incontro tra la volontà umana di Gesù e la volontà di Dio, e dà espressione alla totale obbedienza del Figlio al Padre. La sua obbedienza non è rinuncia alla propria volontà. La sua obbedienza è volere la volontà del Padre, è ascolto e disponibilità spirituale verso l’Amore misericordioso. Sempre la grandezza e la verità dell’amore si esprimono nel sacrificio, cioè nel dono di sé. Questo deve valere anche per noi oggi, soprattutto quando costa fatica affidarsi alla volontà di Dio in circostanze e avvenimenti che non riusciamo a comprendere. In questi casi, il Signore ci chiede di non limitarci a coltivare una sicurezza umana, ma di custodire una speranza soprannaturale.

7. Il tradimento di Giuda e il rinnegamento di Pietro. “Subito si avvicinò a Gesù e disse: “Salve, Rabbì!”. E lo baciò” (Mt 26, 49). Giuda vende Gesù per trenta denari e lo tradisce con un bacio. In questa tragica circostanza il segno dell’amore diventa il segno tragico del tradimento. Giuda, uno dei dodici, scelto e chiamato dal Signore stesso, si manifesta qui come un uomo infedele, un uomo attaccato ai beni. Anche noi possiamo riconoscerci in queste caratteristi- che. Facciamo tesoro soprattutto di questo insegnamento: il troppo amore per i beni materiali rischia di portarci a tradire il Bene, cioè Dio. I beni materiali, pur necessari per la vita personale e famigliare, vanno considerati come dei mezzi e non dei fini che hanno valore in sé. Vanno trattati soprattutto con una forma interiore di salutare distacco, quel distacco che ci consente di seguire il Signore, di non tradirlo e di amarlo sopra ogni cosa. Ricordiamoci poi che il peggiore dei tradimenti è vivere in stato di peccato mortale, che consiste nel fare la nostra volontà al posto della volontà di Dio. “Amico, per questo sei qui!” (Mt 26,50): nel momento del tradimento il Signore si rivolge a Giuda chiamandolo amico. Questo vale anche per noi: nonostante i nostri tradimenti, Gesù non ci abbandona ed è sempre pronto a chiamarci amici, mostrandoci il suo cuore misericordioso. Anche Pietro tradì il Signore; ma il Signore, mentre era condotto dalle guardie gli passò davanti e lo guardò, mettendo nello sguardo un tesoro infinito di tenerezza e di perdono. “…un gallo cantò… e [Pietro] pianse amaramente” (Mt 26, 74-75).

8. Ecce Homo. “E Pilato disse loro: “Ecco l’uomo” (Gv 19, 5). La sentenza di Pilato è emessa sotto la pressione dei sacerdoti del Tempio e dei loro servi che eccitano la folla. In questo tragico quadro, la voce che risuona è: “Crocifiggilo! Crocifiggilo!”. Pilato, il pretore romano, di fronte al Mistero di Gesù – con un gesto ebraico per essere ben inteso – si lava letteralmente le mani. Gesù, Figlio di Dio, interrogato sul suo Regno, giudicato e condannato dall’uomo costituisce il principio di quella testimonianza di Dio che tanto ha amato il mondo (cf. Gv 3, 16). “Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53, 5). Come non collegare qui le piaghe redentrici di Gesù con le innumerevoli circostanze in cui, anche oggi, la dignità umana è sopraffatta, gettata a terra, umiliata in tanti modi. Aborti, prostituzione, pornografia, esperimenti biologici atroci, guerre, genocidi, persecuzioni soprattutto di cristiani… Il cristiano deve sapere e ricordar- lo spesso anche agli altri che la dignità dell’essere umano è acquistata a prezzo del sangue del Figlio di Dio. Noi oggi di fronte a questa fondamentale verità cristiana non possiamo stare in disparte, non possiamo lavarci le mani.

9. Cristo in croce e il buon ladrone. “Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte” (Mt 27, 35). “Ha salvato altri! Salvi sé stesso se è lui il Cristo di Dio, l’e- letto” (Lc 23, 35). Quale dolorosa meraviglia per coloro che l’avevano visto quando comandava alle infermità umane, alle malattie, alla morte stessa! Gesù accetta queste provocazioni che sembrano annullare il senso della sua missione, dei discorsi pronunciati, dei miracoli fatti. Accetta tutto. E’ fedele sino alla fine. “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34). Questa preghiera al Padre non rimase inascoltata. Fino a quel momento anche i due ladroni, crocifissi uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, si erano uniti alla folla nel bestemmiare Gesù. Dopo la preghiera del Signore che invocava perdono, uno di essi, quello che stava a destra e si chiamava Disma, fu colpito dalla pazienza e mansuetudine di Gesù e, illuminato dalla grazia, cominciò a riflettere sul Redentore e su se stesso. Inondato di luce suprema il buon ladrone vide in Gesù il Messia pro- messo, il Redentore degli uomini, il Re dei re, il Verbo fatto carne, il Figlio del Dio vivente. Le umiliazioni, la croce, le piaghe, l’agonia, non lo scandalizzavano, perché erano segno dell’amore misericordioso di Dio per l’umanità. Vide, credette, confessò: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23, 42). Gesù, che non aspettava altro, gli disse: “In verità io ti dico, oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23, 43). A una confessione fatta in circostanze inaudite, si conveniva una promessa inaudita.

10. Maria, il discepolo e il Figlio crocifisso. Ai piedi della croce c’era anche sua Madre. Vide, udì, osservò tutto e sentì ripercuotersi nel suo cuore tenerissimo le diverse cadute, il fiele, la spogliazione, la corona di spine riposta sul capo, i chiodi nelle mani e nei piedi, la croce innalzata, le prime parole di Gesù, gli insulti, le percosse, la divisione delle vesti, le bestemmie, gli improperi. In questo contesto così tragico, Gesù avvertì come una straordinaria consolazione la vicinanza di sua Madre, a cui si rivolse. “Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé” (Gv 19, 26-27). Udendo tali espressioni, i più vivi senti- menti di dolore e di amore verso Gesù sgorgarono nel cuore di Maria santissima e di Giovanni. Entrambi intesero quale doveva essere in futuro la loro missione per disposizione di Gesù: Maria, mortale in terra, o immortale in cielo, dove- va comportarsi da madre verso tutti coloro che avrebbero creduto nel Signore; i credenti, nella persona di Giovanni, avrebbero dovuto comportarsi da figli verso questa incomparabile Madre.

11. Tutto è compiuto. Si avvicinavano le ultime ore. Gesù, dando uno sguardo all’opera da lui svolta fino a quel momento, vide che tutto era compiuto. Poteva ripetere quello che aveva detto poco prima della sua passione: “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre” (Gv 16,28). Con il suo sguardo divino vedeva allora il progetto di amore misericordioso del Padre celeste pienamente realizzato, il peccato cancellato, l’uomo riconciliato con Dio, chiuso l’inferno, aperto il paradiso a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. La missione ricevuta era stata assolta fedelmente in tutte le sue parti, secondo quello che avevano predetto i profeti: non rimaneva più nulla da fare, e dalla bocca stessa del Signore poteva uscire la dichiarazione solenne del compimento di ogni cosa. Pronunciò pertanto questa parola: “Consummatum est! E’ compiuto!” (Gv 19,30). Era il grido della sua vittoria, poiché in quel momento poteva invitare tutti gli antichi profeti a salire il Calvario e a riconoscervi l’esatto adempimento delle loro predizioni. Isaia poteva vedere l’Agnello divino condotto al macello; Zaccaria poteva contemplarne le molteplici ferite; Davide poteva osservarlo tra- fitto nelle mani e nei piedi, dissetato con fiele ed aceto. Che cosa gli restava da fare? Ancora una cosa. Alzare dunque gli occhi al cielo, e come per chiedere il permesso di tornare in seno al Padre, con voce commossa e prodigiosamente forte, esclamare: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). Poi chiuse definitivamente quella bocca, che ave- va sempre proferito parole di vita eterna, e attese la morte.

12. Il dolore della terra e la fede del centurione. Verso le tre del pomeriggio, quasi tutta la folla aveva abbandonato il Calvario; appena possibile si riversò nel tempio di Gerusalemme per assistere all’apertura delle feste pasquali. All’ora fissata, nell’universale silenzio, il sacerdote colpì la vittima e la folla si prostrò a terra per adorare il futuro liberatore, di cui l’agnello era una semplice figura. Ma il liberatore non era più un personaggio futuro. Il liberatore vero era là, croci- fisso sul Calvario. Era Gesù, l’Agnello di Dio, che moriva per cancellare i peccati del mondo. La figura non significava più niente, e doveva cedere il posto alla realtà. Al momento della morte di Gesù anche la terra diede segni di dolore: tremò spaventosamente, i macigni si spezzarono, si aprirono i sepolcri, risorsero alcuni corpi di santi che riposavano nelle tombe e percorsero la città apparendo a molti; si aprì da sé la pesantissima porta di Nicanore e il velo del tempio, che nascondeva il “Sancta Sanctorum”, si lacerò da cima a fondo, dividendosi in due. Il Centurione, che era di guardia, smarrito e ansioso, di fronte al Cristo crocifisso, glorificando Dio, esclamò: “Veramente quest’uomo era giusto” (Lc 23,47). Anche i soldati che erano con lui dicevano: “Davvero costui era Figlio di Dio!” (Mt 27,54). La morte aveva fatto la sua più nobile preda, che segnava tuttavia il principio della sua sconfitta. Infatti, col sacrificio di se stesso, Gesù ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità.

La risurrezione di Gesù

13. La più antica testimonianza della Risurrezione è quella data da san Paolo Apostolo: “Vi ho infatti trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto” (1Cor 15, 3-8). Le prove che il Nuovo Testamento ci offre per la risurrezione di Gesù sono sostanzialmente due: il sepolcro vuoto e le apparizioni di Cristo risorto. Grazie a tali prove, la verità storica della Risurrezione di Cristo “è ampiamente documentata, anche se oggi, come in passato, non manca chi in modi di- versi la pone in dubbio o addirittura la nega” (Benedetto XVI, Catechesi del mercoledì, 26 marzo 2008).

14. Per quanto riguarda il sepolcro vuoto, il Catechismo della Chiesa Cattolica ci insegna che “Nel quadro degli avvenimenti di pasqua, il primo elemento che si incontra è il sepolcro vuoto. Non è in sé una prova diretta. L’assenza del corpo di Cristo nella tomba potrebbe spiegarsi altrimenti. Malgrado ciò, il sepolcro vuoto ha costituito per tutti un segno essenziale. La sua scoperta da parte dei discepoli è stato il primo passo verso il riconoscimento dell’evento della Risurrezione. Dapprima è il caso delle pie donne, poi di Pietro. Il discepolo «che Gesù amava» (Gv 20,2) afferma che, entrando nella tomba vuota e scorgendo «le bende per terra» (Gv 20,6), vide e credette. Ciò suppone che egli abbia constatato, dallo stato in cui si trovava il sepolcro vuoto, che l’assenza del corpo di Gesù non poteva essere opera umana e che Gesù non era semplicemente ritornato ad una vita terre- na come era avvenuto per Lazzaro” (n. 640).

15. Per quanto riguarda le apparizioni, esse sono ben documentate nel Nuovo Testamento – Vangeli, Atti e Lettere degli Apostoli sono concordi nel descriverle – e sono nume- rose: alle due Marie (cf. Mt 28, 1-8); a Maria Maddalena (cf. Gv 20, 11-18); ai discepoli nel Cenacolo (cf. Gv 20, 19-23); ai viandanti di Emmaus (cf. Lc 24, 13-35; Mc 16,12-13); a Tommaso (cf. Gv 20, 24-29); ai discepoli sulle acque del lago (cf. Gv 21,1-14); ad altri (cf. Gv 20,30-31); a Paolo e ai 500 fratelli (cf. 1Cor 15, 3-9; 20-21). Le apparizioni manifestano un dato fondamentale: l’iniziativa non è dei discepoli, ma è di Gesù Cristo, il Vivente, come anche attesta il Libro de- gli Atti: “Egli si mostrò a essi vivo” (1, 3). Dunque non un qualcosa che parte dai discepoli, ma da Cristo stesso; inoltre permettono di constatare che il corpo risuscitato di Gesù è il medesimo che è stato martoriato e crocifisso, poiché porta ancora i segni della passione (cf. Gv 20,20.27).

16. La Risurrezione di Cristo riguarda ognuno di noi e il destino di ogni uomo, essendo in grado di cambiare intima- mente l’esistenza umana. Essa è il fondamento, il centro, il culmine della fede cristiana: “Ma se Cristo non è risorto – afferma san Paolo – vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra Fede” (1Cor 15,14). Affermazione forte e categorica quella di san Paolo! Perché? Perché Gesù morendo ha distrutto la morte e risorgendo ha ridato agli uomini la vita. “Egli ci ha fatto passare dalla schiavitù alla libertà, dalla tristezza alla gioia, dal lutto alla festa, dalle tenebre alla luce, dalla schiavitù alla redenzione. Perciò diciamo davanti a Lui: Alleluja!” (Melitone di Sardi, Omelia Pasquale). La risurrezione “compie l’adozione filiale poiché gli uomini diventano fratelli di Cristo, come Gesù stesso chiama i suoi discepoli dopo la sua Risurrezione: «Andate ad annunziare ai miei fratelli» (Mt 28,10). Fratelli non per natura, ma per dono della grazia, perché questa filiazione adottiva procura una reale partecipazione alla vita del Figlio unico, la quale si è pienamente rivelata nella sua Risurrezione” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 654). Inoltre, risultano straordinarie e illuminanti le parole di questo Autore sconosciuto dell’antichità: “Per la Pasqua fiorisce l’albero della Fede, il fonte battesimale diventa fecondo, la notte splende di nuova luce, scende il dono del cielo e il sacra- mento dà il suo nutrimento celeste. Per la Pasqua la Chiesa accoglie nel suo seno tutti gli uomini e ne fa un unico popolo e un’unica famiglia” (Antico Autore Sconosciuto, dall’«Omelia sulla Pasqua», Disc. 35, 6-9). La risurrezione del Signore Gesù è avvenuta di domenica, “il primo giorno della settimana” (Mc 16,2): questo è il motivo per cui il giorno di domenica è per i cristiani il giorno festivo della settimana (dies Domini); il giorno principale della celebrazione comunitaria dell’Eucarestia che comporta l’osservanza del precetto festivo. Nella S. Messa infatti si celebra il memoriale della Pasqua del Signore.

17. La Risurrezione di Cristo è principio e sorgente della risurrezione futura dei nostri corpi che avverrà alla fine di questo mondo: “Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti… Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita” (1Cor 15,20-22). Il nostro corpo, pertanto, alla fine dei tempi, risorgerà trasformato: “Comprendere come avverrà la risurrezione supera le possibilità della nostra immaginazione e del nostro intelletto” (Catechismo della Chiesa Cattolica, Compendio, 205). Esso riceverà la stessa retribuzione che l’anima ha avuto dal giudizio di Dio al momento della morte del corpo: “… quanti fecero il bene per una risurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna” (Gv 5,29). La risurrezione dei nostri corpi sarà accompagnata dalla trasformazione di tutto il creato e dell’universo, il quale, liberato dalla schiavitù della corruzione, parteciperà alla gloria di Cristo con l’inaugurazione dei nuovi cieli e di una terra nuova (cf. 2Pt 3,13). “Sarà così raggiunta la pienezza del Regno di Dio, ossia la realizzazione definitiva del disegno salvifico di Dio di «ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1,10). Dio allora sarà «tutto in tutti» (1Cor 15,28), nella vita eterna” (Catechismo della Chiesa Cattolica, Compendio, 216).

Maria, la misericordia e l’alleluja pasquale

18. Cari fratelli e sorelle, la Pasqua del Signore ci offre la speranza che la misericordia vince su tutto e che la vita vince sulla morte. Ormai nulla – come dirà in una sua bellissima espressione san Paolo – ci può separare da Cristo: “Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore”. (Rom 8,38-39). In questa prospettiva, vogliamo ricordare e mettere accanto due belle immagini che vedono Maria protagonista: nel Natale lei porta suo Figlio tra le braccia e a Betlemme lo presenta ai pastori e ai Magi e, dopo 8 giorni, al vecchio Simeone; il Venerdì Santo, una volta che Gesù è deposto dalla croce, nella Pietà la vediamo tenere quel Figlio tra le braccia come se lo presentasse a tutti noi nel momento culminante dell’amore misericordioso, quell’amore che si manifesta nel dono totale di se stesso per tutti noi. Ella non è tra le donne che si recano al sepolcro la mattina di Pasqua proprio perché sa che Suo Figlio è vivo e non è lì chiuso da una pietra, fatta di odio e falsità. Maria sa che quell’odio è stato capovolto dal sacrificio supremo del Figlio suo – Lui misericordiae vultus, volto della misericordia del Padre celeste –, sacrificio che vince su tutto, anche quando sembra che tutte le speranze siano finite. E allora non ci resta che ascoltare la voce degli Angeli alla mattina di Pasqua: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato.” (Lc 24,6) e gridare con tutte le nostre forze il nostro grato e gioioso: alleluja! Sia il canto dell’alleluja l’espressione di una avvenuta conversione che ha spalancato la nostra persona alla novità cristiana e che ha tra- sformato il nostro cuore di pietra in un cuore di carne, dove l’amore qualifica l’atto di fede e tonifica la speranza. Cristo, il crocifisso, è veramente risorto ed è salvezza e redenzione per ogni uomo. Questa è l’avvincente avventura cristiana che ciascuno di noi, in questo Giubileo della misericordia, deve vivere con generosa dedizione.

 

Trieste, 10 febbraio 2016, Mercoledì delle ceneri