Breviarium secundum consuetudinem Aquiligensem ac Tergestinam Ecclesiam

L’edizione facsimilare del quattrocentesco «Breviarium secundum consuetudinem Aquilegensem ac Tergestinam Ecclesiam», pubblicata a cura dell’Editore Marco Serra Tarantola di Brescia con il contributo della Fondazione CRTrieste e con il patrocinio del Comune di Trieste, costituisce un’importante e coraggiosa operazione di vasto respiro culturale, che va meritatamente ascritta alla sensibilità e lungimiranza di S.E. mons. Giampaolo Crepaldi, arcivescovo – vescovo di Trieste.
Nella sua breve, ma pregnante prefazione l’arcivescovo manifesta l’intenzione, realizzata poi il 7 maggio 2012, di voler fare dono a Papa Benedetto XVI, in occasione della sua visita ad Aquileia, a nome dei vescovi del Friuli Venezia Giulia, di questo nostro tesoro che è il «Breviarium secundum consuetudinem Aquilegensem ac Tergesinam Ecclesiam», quale segno di amore e di fedeltà della Chiesa Tergestina al Successore di Pietro, Chiesa già elogiata da S. Gregorio Magno in una lettera al Vescovo Firmino.

Il «Breviarium secundum consuetudinem Aquiligensem ac Tergestinam Ecclesiam» è un  quattrocentesco codice membranaceo miniato di proprietà del Capitolo Cattedrale di San Giusto martire di Trieste.
Il manoscritto in pergamena è costituito complessivamente da 1032 pagine, di cui le ultime 4 con l’indice sono cartacee. La scrittura del manoscritto risulta essere quella gotica, propria di gran parte dei libri liturgici e corali del XV secolo. Nel testo sono presenti diverse miniature e capilettera ornati in rosso e azzurro. È particolarmente interessante la miniatura della pagina iniziale con l’immagine di San Giusto, patrono della città di Trieste. Il titolo si desume dall’incipit. Il codice fu restaurato attorno agli anni Sessanta del XX secolo dai Monaci Benedettini dell’Abbazia di Praglia. La legatura non è originale ed è costituita da due piatti in legno rivestiti di pelle; su ogni piatto ci sono quattro angolari originali in ottone; sono originali anche i chiodini e i quattro ganci in ottone con i relativi fermagli. Allo stato attuale non sono conosciuti i nomi dell’amanuense, del miniatore e del committente, che probabilmente era un canonico del Capitolo.
Questo prezioso libro liturgico, testimonianza viva del rito aquileiese, conclusosi come esperienza storica dopo il Concilio di Trento (e mantenuto solo a Monza, Como e in Svizzera), ha sempre fatto parte dell’archivio del Capitolo, come è testimoniato dall’inventario dell’archivio del 1676.
Attualmente il codice è inserito nel Fondo archivistico Capitolo Cattedrale ed è custodito presso l’Archivio Capitolare di San Giusto, la cui sede si trova in Piazza della Cattedrale n. 2 a Trieste.

Il codice in questione è uno degli unici due breviari «secundum consuetudinem Aquiligensem ac Tergestinam Ecclesiam» presenti a Trieste; il secondo è conservato presso la Biblioteca Civica «Attilio Hortis».
Come emerge anche dalla precedente breve descrizione, l’esemplare del Capitolo triestino si distingue soprattutto per la raffinatezza delle miniature e per l’eleganza della scrittura, inoltre esso, assieme a quello della Civica, è importante sotto l’aspetto liturgico e quello agiografico perché rappresenta una preziosa e rara testimonianza della prassi liturgica aquileiese presso l’antica Chiesa triestina.
A differenza di quello della Civica, l’esemplare del Capitolo è però meno conosciuto dagli studiosi, probabilmente anche a motivo del particolare atteggiamento di riservatezza e di prudenza tenuto in passato dal Capitolo.

L’edizione facsimilare del breviario coinvolge diversi studiosi ed esperti, che si sono assunti l’onere di apprestare seri e approfonditi studi scientifici riguardanti i vari ambiti della codicologia, della paleografia, della storia della miniatura, della storia dell’arte, della storia delle istituzioni, della liturgia aquileiese e dell’agiografia.
I saggi critici, coordinati da Ettore Malnati, Roberto Gherbaz e Ilaria Romanzin, vengono preceduti dalla prefazione di S.E. mons. Giampaolo Crepaldi e dall’introduzione di Ettore Malnati  e sono raccolti in un apposito volume, che accompagna l’edizione facsimilare.
Il compito affidato a Roberto Gherbaz, archivista capitolare, è quello di presentare succintamente il breviario e di metterlo in relazione con la rilevante e affascinante storia del Capitolo triestino e con il suggestivo ambiente della Cattedrale di San Giusto nel XV secolo, che emerge da alcuni trascurati documenti d’archivio.
Alessandra Sirugo tratta gli aspetti codicologici e paleografici propri del breviario del Capitolo, confrontandoli con quelli del breviario della Biblioteca Civica.
Ilaria Romanzin studia criticamente le miniature del breviario capitolare, rilevando i punti di contatto con quelle di alcuni codici contemporanei e soprattutto l’influsso esercitato dall’impareggiabile Bibbia di Borso d’Este e dalla scuola ferrarese.
Giuseppe Peressotti, esperto di liturgia aquileiese, mette a confronto il nostro breviario con uno aquileiese della fine del XII secolo e con quello romano, stampato nel 1568, rilevando i punti di contatto e le differenze.
Emanuela Colombi compie un’indagine sulla ‘storia agiografica’ di Trieste, analizzando il ‘santorale’, che emerge dal calendario contenuto nel breviario del Capitolo.
Stefano Di Brazzano propone un’edizione critica dell’inno e dell’ufficio versificato di San Giusto, presenti nel breviario, in rapporto alla «passio» del Martire, da lui già precedentemente studiata.
Marisa Bianco Fiorin descrive alcune pitture a fresco tra Trecento e Quattrocento, che si trovano ancora nella Cattedrale di San Giusto, naturale cornice del breviario stesso, e accenna al grande affresco quattrocentesco, che ornava il catino dell’abside maggiore e che fu distrutto nel XIX secolo per permettere l’ampliamento della medesima abside.
Infine Giuseppe Cuscito svolge una ricerca storica sulla Chiesa tergestina tra Medioevo e incipiente Rinascimento, soffermandosi in particolare sulle figure dei vescovi triestini, tra le quali spicca quella di Enea Silvio Piccolomini, che fu vescovo di Trieste tra il 1447 e il 1450 e che in seguito divenne Papa con il nome di Pio II.
La particolare tecnica di stampa anastatica del breviario, pubblicato in mille copie numerate, ha permesso una riproduzione molto fedele all’originale. La tecnica utilizzata si avvale infatti di un applicativo, in uso al settore radiologico-medico, che prevede la possibilità di realizzare fino a ventisette passaggi di colore: nella pubblicazione in questione ogni pagina sarà stampata con dodici più uno passaggi, di cui soltanto quattro per rendere il fondo di pergamena dell’originale. Anche la riproduzione della legatura è conforme all’originale, grazie all’opera minuziosa di un fabbro, per le parti metalliche, e di una conceria pratese, per la copertina in pelle. Il prezioso capolavoro è stato posto all’attenzione dei liturgisti di tutta Italia nel corso della Settimana Liturgica Nazionale, svoltasi a Trieste nell’agosto del 2012. E proprio nella città internazionale ed ecumenica per eccellenza, il breviario si pone come simbolo della comunione che Trieste ha sempre mantenuto con la Chiesa romana, anche dopo il distacco di Aquileia. Riscoprire un capolavoro del passato permette di proiettare la Chiesa verso l’unità futura. Che a Trieste, in qualche modo, è già una realtà.