Storia della Diocesi

Storia della Diocesi di Trieste

Come la romanizzazione della Venezia Giulia non si intenderebbe senza la presenza e l’azione secolare di Aquileia, così non si intenderebbero, oltre l’età romana, buona parte della sua storia medievale e l’innesto alla nuova civiltà cristiana. Perciò tracciare i primi quadri della società cristiana a Trieste e in Istria non sarebbe possibile senza considerare I’evangelizzazione della metropoli altoadriatica e l’attività missionaria che da quel centro la tradizione agiografica e le fonti storiche attestano irradiate nel territorio di sua influenza. Ciò che non si può assolutamente seguire nei particolari con sicurezza di dati storici è come avvenisse l’assimilazione di queste popolazioni al cristianesimo, su quali classi facesse breccia la prima propaganda cristiana, quali fossero i missionari, quale la prima organizzazione ecclesiastica, quali componenti storiche intervenissero nel fenomeno religioso delle conversioni, come reagisse la popolazione locale. Viceversa di questo lento, secolare processo di evangelizzazione possiamo cogliere documentariamente solo i risultati.

Anche Trieste partecipa purtroppo di questa sorte, mentre contributi più o meno recenti hanno in parte modificato le conclusioni della storiografia ottocentesca divisa fra il ripudio e l’assenso alla pia tradizione, che collega l’origine della Chiesa tergestina all’apostolato di S. Ermagora ritenuto discepolo di S. Marco.

Il fatto è che nulla o quasi conosciamo, su basi critiche e documentarie, della comunità ecclesiale di Tergeste in epoca precostantiniana. I nuclei tradizionali che possiamo faticosamente recuperare attraverso fonti posteriori, o almeno posteriormente rielaborate, si riducono per lo più ai nomi di alcuni martiri, stranamente mai di vescovi, salvo che tali non siano stati quelli cui è riferito il ricorrente appellativo di presbiteri.

Per quanto riguarda però l’autenticità e la veridicità delle Passiones che tramandano il martirio dei santi tergestini, la critica più recente ha esercitato i suoi attacchi, da cui a stento pare potersi sostanzialmente difendere quella di S. Giusto, indicato come vir Dei: l’esame antropologico delle sue reliquie ha ultimamente confermato il dato della Passio, nel senso cioè che doveva trattarsi di un uomo in età matura. Recentemente il Saxer, sottoponendo ad analisi critica le fonti martirologiche, ha inteso restituire a Trieste i martiri Servolo, che i martirologi le hanno negato, e Giusto, che in essi si è smarrito; i calendari liturgici e la Passio ne registrano la festa il 2 novembre.

Il 17 novembre si venerano a Trieste le sorelle Eufemia e Tecla, vergini e martiri sotto Valeriano e Gallieno; ma è molto probabile che esse siano un doppione delle omonime martiri aquileiesi, le quali a loro volta sarebbero un adattamento delle martiri orientali Eufemia di Calcedonia e Tecla di Iconio. Trieste venera ancora come martiri propri un S. Apollinare suddiacono, un S. Lazzaro diacono, i santi Primo prete, Marco diacono con ottantadue compagni, tra cui un Giasone e un Celiano, e infine i santi Zenone e Giustina. Ma su tali culti e sulla relativa letteratura agiografica ci limitiamo a riferire il giudizio del Lanzoni, per il quale tutte queste leggende risultano molto recenti, somigliantissime tra loro e imparentate con le altre leggende dell’Istria: vi sono dunque ragioni per credere che questi santi venerati a Trieste non siano martiri locali (così Zenone e Giustina sembrano i due santi omonimi di Verona e di Padova, Apollinare quello di Ravenna, gli 82 compagni di Primo e di Marco provengono probabilmente da una Passione di Concordia) e che il loro culto sia diffuso da scambi di reliquie tra le due sponde dell’Adriatico.

La Passione di S. Giusto invece è una narrazione semplice senza complicati tormenti o lungaggini, a parte il testo degli interrogatori, delle risposte e delle commosse preghiere che sono elementi esornativi; alcune affermazioni, anche se inesatte, si sentono trascritte da autorevoli fonti più antiche, così che il nocciolo del racconto pare sicuramente attendibile; valutando le caratteristiche redazionali, come la formulazione dell’inizio e della dossologia finale, la Passione di S. Giusto rivela una stretta parentela letteraria con testi analoghi dell’agiografia aquileiese e istriana di epoca carolingia, ma pure lo stesso Saxer vi scorge probabili indizi di una redazione anteriore e di un consolidato culto del santo al 2 novembre. Oltre alla data del martirio per annegamento, la Passione conosce anche il luogo della sepoltura “non lontano dalla spiaggia dove fu trovato il corpo del martire”, forse nei pressi di quell’area cimiteriale paleocristiana in cui recenti scavi hanno portato alla luce una basilica martiriale a pianta di croce: sembrano esistere dunque per S. Giusto queste due coordinate agiografiche, che il Delehaye riteneva criterio indubbio dell’autenticità di un martire discusso e incerto.

Se dobbiamo riconoscere il martire in onore del quale sorse questa basilica e i cui resti furono temporaneamente accolti nella fossetta scoperta sul presbiterio, non sarebbe ardito proporre – anche a giudizio del Tavano – lo stesso S. Giusto. Purtroppo non ci è nota la dedicazione di questo edificio di culto, che i due successivi pavimenti musivi datano tra il Ve il VI secolo; sappiamo però che la chiesa più tarda sorta al suo posto era intitolata già nel sec. XIII a S. Maria del Mare. Ora non è da escludere che la traccia di un culto mariano antico attesti qui una prima sistemazione episcopale, anteriore all’impianto sul Capitolium, dove è possibile riconoscere la cattedrale forse già collegata al titolo della Madonna a partire dalla metà del sec. V.

Uno dei contributi più cospicui della basilica martiriale è la ricca serie di iscrizioni musive che ci tramandano 18 nomi appartenenti a personalità talora rilevanti della comunità cristiana del sec. V-VI, come due defensores sanctae ecclesiae Tergestinae e due defensores sanctae ecclesiae Aquileiensis (una sorta di avvocati laici della Chiesa), che attestano una somiglianza di organizzazione interna fra le due Chiese, primaziale e suffraganea, vicine nella stessa offerta, e postulano anche per Tergeste gli altri quadri della gerarchia e dell’organizzazione ecclesiastica.

Per questo periodo è da supporre dunque anche il consolidamento di un’organizzazione episcopale, sebbene il primo vescovo noto sia Frugifero intorno alla metà del sec. VI: suoi infatti sono gli interventi nella basilica episcopale, sorta già nel sec. V sulle rovine di un probabile tempio alla Triade capitolina e impostata sul propileo romano che ne costituiva l’ingresso monumentale. Tuttavia non è escluso che l’organizzazione episcopale possa essere anche anticipata, considerando che un eventuale piano di evangelizzazione seguito dai missionari, forse provenienti da Aquileia, dalla Dalmazia e dal vicino Oriente, non poteva aver trascurato Trieste, quando – come pare certo – aveva già compreso Parenzo.

A questo proposito tuttavia non mancano le riserve di studiosi come G.C. Menis e S. Tavano, inclini a posticipare nel corso del sec. V l’istituzione dell’episcopato tergestino.

Tuttavia anche della cattedrale paleocristiana sussistono solo pochi residui, sostituita come fu nell’alto Medioevo da due chiese parallele, fuse, durante il corso del Trecento, in un’unica basilica a cinque navate qual è appunto l’odierna. Le più antiche immagini del martire Giusto che qui si venerano non superano la fine del sec. XII: di tale epoca sono infatti le Storie di S. Giusto sul primo strato di affreschi nell’absidiola destra, mentre all’inizio del sec. XIII si data il sovrastante mosaico con le figure di Giusto e Servolo ai lati del Salvatore e alla metà dello stesso secolo è riferito il velo con l’immagine di S. Giusto trovato durante una verificazione di reliquie nel 1826. Tuttavia la duplice invocazione della cattedrale tergestina alla Vergine e a S. Giusto risulta rispettiva- mente dalla donazione di re Berengario I al vescovo Taurino (911), dalla concessione dei poteri comitali sulla città ed entro un territorio di tre miglia fatta da re Lotario al vescovo Giovanni (948) e dalla conferma di tali privilegi al vescovo Adalgerio da parte di Enrico III (1040), che afferma essere S. Giusto corporaliter quiescens in cattedrale.

Precisatasi via via la circoscrizione della provincia ecclesiastica di Aquileia – esplicitamente attestata in una lettera di S. Leone Magno sulla questione pelagiana (442 circa) – Trieste divenne una delle diocesi suffraganee, come risulta dalla cospicua documentazione relativa allo scisma dei Tre Capitoli: il vescovo Severo di Trieste infatti sottoscrisse gli atti del concilio scismatico di Grado convocato dal metropolita Elia (579); nel 587, trovandosi a Grado con Giovanni di Parenzo e Vindemio di Cissa forse per consacrare il nuovo patriarca Severo, fu dall’esarca Smaragdo trascinato con loro a Ravenna e indotto ad abbandonare lo scisma. Ma, rientrati in patria e respinti come rinnegati, i quattro presuli si videro costretti a ritrattare l’abiura in una sinodo di dieci vescovi convocati a Marano nel 590, secondo la testimonianza di Paolo Diacono (Hist. Longob., III, 26); l’anno seguente anche Severo di Trieste deve aver firmato uno dei tre ricorsi indirizzati all’imperatore Maurizio per evitare le severe ingiunzioni di Gregorio Magno al metropolita della Venezia e ai suoi suffraganei. Purtroppo ci è giunto solo il testo dei vescovi residenti in territori ormai occupati dai Longobardi, mentre è perduta la supplica del metropolita e quella dei suffraganei in terra di dominio imperiale, come doveva essere appunto Trieste. Ma nel marzo 602, mentre la compagine dello scisma andava sfaldandosi, il nuovo vescovo di Trieste, Firmino, si riconciliò con papa Gregorio Magno, che lo invitava a favorire il ritorno dei suoi confratelli e lo raccomandò all’esarca Smaragdo per proteggerlo dalle vessazioni del metropolita Severo.

I confini territoriali della diocesi dovevano coincidere all’origine con quelli del vasto ager attribuito alla colonia tergestina, comprendente tutta l’Istria settentrionale fino al Ningus (Quieto); ma in seguito furono ridotti, quando, fra il tardo impero e l’alto Medioevo, alcune comunità dell’agro si staccarono dalla giurisdizione civile e religiosa di Trieste e costituirono propri municipi ed episcopati, come Cittanova, Pedena e più tardi Capodistria.

L’occupazione longobarda dell’entroterra veneto e le ostinate dispute religiose per la questione dei Tre Capitoli provocarono nel 607 anche una divisione, mai più sanata, della Chiesa aquileiese; si formarono così due metropoli ecclesiastiche: quella di Grado, ortodossa, con i vescovadi dell’Istria e della fascia lagunare soggetti al dominio bizantino; quella di Aquileia, scismatica fino al 699, con i vescovadi della Venezia continentale. La giurisdizione sulle sedi istriane restò a lungo motivo di contesa, finche nel 1180 il patriarca di Grado rinunciò definitivamente ai diritti sulle sedi istriane – Trieste, Capodistria, Parenzo, Pola, Pèdena, ed Emona (Cittanova) – in favore di Aquileia, fino alla soppressione di quell’antico patriarcato decisa da Benedetto XIV con la bolla Iniuncta nobis del 6 luglio 1751.

Dopo la definitiva sconfitta della dinastia longobarda (774), Trieste diede a Grado due eminenti figure di patriarchi: Giovanni (766 ca.-803) e il nipote Fortunato (803-826), fautori dei Carolingi e del loro regno italico. Nel Placito del Risano (804), Fortunato propugnò i diritti della provincia istriana, sottomessa e umiliata alle gravezze del nuovo regime feudale. Nell’815, ancora per intercessione di Fortunato, Ludovico il Pio rinnovò agli Istriani il diritto di eleggersi i vescovi e i magistrati, mentre la crescente impotenza del potere centrale a fronteggiare le nuove, incessanti minacce degli Ungari, degli Slavi e dei Saraceni obbligò la città a provvedere da sola alla propria difesa: unico punto di riferimento rimasero il vescovo e la Chiesa locale, che si assunsero il compito di organizzare la difesa, di coordinare l’assistenza e di intraprendere l’opera di ricostruzione.

Oltre a questa preziosa testimonianza di servizio che ci viene da una comunità forse stremata e povera, a giudicare dalle scarse documentazioni monumentali, bisogna aggiungere che il ruolo sociale allora assuntosi dalla Chiesa preparò e favorì il potere temporale del vescovo.

Le concessioni sovrane ai vescovi triestini si collocano appunto nel periodo delle invasioni ungare: se il documento è degno di fede, nel 911 Berengario del Friuli, re d’Italia, avrebbe donato al vescovo di Trieste, Taurino, i castelli di Vermo (presso Pisino) con l’intera giurisdizione su di essi, forse primo nucleo del suo potere temporale. Subito dopo la grande invasione ungara, nel 929, re Ugo donò al vescovo Radaldo, in cambio delle sue prestazioni, l’isola Paciana (Panzano presso Monfalcone) e i possedimenti circostanti la Chiesa di Sipar con la pieve di Umago; lì inoltre sono concessi alla Chiesa tergestina privilegi e immunità che la pongono sotto la diretta protezione del re e la sottraggono a ogni altra pubblica giurisdizione. L’8 agosto 948, dopo una nuova invasione ungara, re Lotario compensò i meriti acquisiti dalla Chiesa locale durante quelle calamità con nuovo amplissimo privilegio di diritti immunitari per l’esercizio delle pubbliche funzioni in sostituzione del re: cedette infatti al vescovo Giovanni e ai suoi successori tutti i diritti che il regno d’Italia aveva su Trieste (senza però una base di beneficio e di vassallaggio che avrebbe fatto di Trieste un feudo ecclesiastico) ed escluse la dipendenza della città da ogni giurisdizione superiore che non fosse quella del vescovo; egli venne fatto unico signore delle mura e delle porte, designato così alla difesa dei cittadini. Attorno al vescovo, ancora eletto dal clero e dal popolo, si costituì, in certo modo, quasi una prima fase della vita comunale. Questa la condizione istituzionale della Chiesa tergestina nell’alto Medioevo, quale risulta dai pochi documenti pervenutici talora anche attraverso una tradizione manoscritta assai discussa.

l vescovi di Trieste non si chiamarono conti che molto più tardi, quando avvertirono la fine imminente di ogni effettivo dominio di fronte al sorgente comune; così nel sec. XIII i vescovi batteranno moneta e Arlongo dei Visgoni (1255-1281) porterà per primo il titolo di conte di Trieste, titolo divenuto costante però appena intorno al 1350 per durare, semplice ricordo, fino al 1789.

Il fenomeno monastico risulta documentato a Trieste fin da quando i Benedettini di S. Giorgio Maggiore di Venezia ebbero in dono dal vescovo Artuico nel 1115 la chiesetta dei Santi Martiri con annesso terreno. Nel 1736 chiesa e convento furono acquistati dall’imperatore Carlo VI, che concedeva l’edificio di culto al Capitolo con obbligo di officiarlo (Generini) Già dal 1072, però, i Benedettini erano presenti in diocesi, avendo il vescovo Adalgero donato al monastero di S. Nicolò al Lido di Venezia la chiesa di S. Apollinare, in seguito detta di S. Nicolò d’Oltra, di fronte a Capodistria (Naldini). Risale ad Arlongo l’atto istitutivo (10 luglio 1278) del monastero femminile di S. Maria della Cella, che dal 1367 aderì all’Ordine di S. Benedetto, riuscendo a sopravvivere persino alle riforme e alle soppressioni di Giuseppe Il grazie alla fervida attività educativa e scolastica svolta dal 1773 al1969.

Trieste fu l’unica città istriana in cui il sorgente comune dovette contendere al vescovo la legittima signoria avuta per concessione sovrana. Nel 1230 il vescovo Corrado, ghibellino e avversario delle libertà comunali, si fece dare un diploma da Federico Il a riconferma di tutti gli antichi privilegi e di tutte le immunità, rivendicando così ciò che il movimento comunale gli aveva tolto da tempo. Il comune triestino infatti era guelfo e tendeva ad approfittare della decadenza imperiale, oltre che delle disastrose condizioni economiche dei vescovi triestini (costretti a incontrare forti debiti per sostenere la causa dell’imperatore e del patriarca contro i comuni, per difendersi dal duca di Carinzia e dai briganti della Carsia, per pagare le contribuzioni alla curia pontificia e per la partecipazione al concilio di Lione), per spezzare anche gli ultimi residui del potere vescovi le. Il 21 febbraio 1236 fu giurato un patto fra il comune e il vescovo Giovanni: il primo s’impegnò a pagare i debiti e a liberare dal tormento assillante delle usure il vescovo, che a sua volta rinunciò alle giurisdizioni e immunità. Era la vittoria del guelfismo: il vescovo aveva dunque cessato di essere il rappresentante dell’impero ed era divenuto il semplice pastore di una città indipendente; le successive cessioni a favore del comune da parte del vescovo Volrico de Portis nel 1253 e del vescovo Brissa di Toppo nel 1295 furono solo i conseguenti sviluppi di quella decisione.

Durante queste turbinose vicende civili e politiche si insediarono a Trieste i Minori Francescani, che sembrano collocarsi come un sicuro punto di riferimento nell’agitata vita cittadina; tuttavia la soppressione giuseppina (1785) ne disperse l’archivio, così che ci sfugge il ruolo e il comportamento dei Frati in quelle circostanze.

Fra i presuli del sec. XIV, mette conto ricordare Rodolfo Pedrazzani (1302-1320) da Robecco d’Oglio, canonico di Cremona, che fu l’ultimo dei vescovi triestini a coniare moneta forse nel tentativo di restaurare il potere temporale perduto dai predecessori: a lui si attribuisce il coraggioso progetto di fondere la cattedrale romanica dell’Assunta e l’allungato sacello di S. Giusto a meridione nell’unica chiesa a cinque navate. Così, mentre in Italia sorgevano le grandi cattedrali gotiche, Trieste, forse per ragione di costi, preferì servirsi delle strutture esistenti, allora in gran parte conservate per nostra fortuna. Nel programma di rinnovamento pittorico attuato dopo la fusione delle due chiese, furono stesi vari affreschi di cui restano poche tracce, ad eccezione delle Storie di S. Giusto sovrapposte al precedente ciclo romanico con lo stesso tema.

La nuova cattedrale fu consacrata da Enrico di Wildenstein (1383- 1396), il primo vescovo tedesco imposto al Capitolo dal duca Leopoldo d’Asburgo dopo la discussa dedizione di Trieste all’Austria stipulata a Graz il 30 settembre 1382, che segna certo uno dei momenti culminanti della storia triestina: da allora infatti fino al 1918, in base al diritto ecclesiastico germanico, i vescovi triestini furono scelti tra i prelati accetti alla casa d’Austria e col beneplacito degli Asburgo.

L’episcopato di Enea Silvio Piccolomini (1447-1450), divenuto poi papa col nome di Pio Il, si può dire apra la serie dei vescovi sensibili anche ai problemi dibattuti dall’umanesimo.

Mentre era sentita con urgenza sempre maggiore la necessità di una riforma della Chiesa in capite et in membris, scritti del tempo e prescrizioni sinodali emanate negli ultimi anni del sec. XVI offrono ampia testimonianza della miseria morale del clero nelle parti dell’Istria, del Friuli e della Dalmazia (Breve di Paolo IV, 1558), della profonda decadenza degli ordini religiosi e delle condizioni d’ignoranza, di superstizione e di malcostume a cui era ridotto il popolo. Ma a questi vizi si contrapponeva una solida radice di convinzione religiosa, che talvolta piegava verso la riforma luterana anime ignare e anelanti a una più elevata religiosità. Anche a Trieste e in Istria le nuove idee dovettero trovare presto seguaci, se nel 1534 il nunzio Pier Paolo Vergerio scriveva da Vienna al Carnesecchi, segretario di Clemente VII, quando ne l’uno ne l’altro erano ancora apostati, che in Trieste, “che è città della nostra Italia et giace ai lidi del nostro mare Adriatico, pullulava molto bene il Luterismo preso per il commercio della Germania…”. Su Trieste infatti doveva convergere una doppia corrente protestante: una che saliva dall’Istria e un’altra che scendeva dalla Carniola e dalla Stiria. In quegli anni era vescovo a Trieste Pietro Bonomo (1501-1549), umanista e uomo colto, caro e riverito a corte, che tenne presso di se come cappellano privato Primo Trubar (detto anche il Lutero della Carniola per l’edizione in lingua slovena del Nuovo Testamento e di operette minori), già da un decennio fautore delle nuove istanze religiose. Allora Trieste fu anche un importante centro di collegamento fra i primi nuclei anabattistici veneti e le comunità di Moravia; è interessante al riguardo il resoconto delle tragiche vicende degli anabattisti triestini che nel 1540 vennero fatti annegare, come si usava fare anche a Venezia. Ancora nel 1570, durante l’episcopato dell’umanista e poeta Andrea Rapicio, l’arciduca Carlo intimava al Maggior Consiglio di procedere senza indugio contro i novatori, di vigilare sull’introduzione clandestina dei libri ereticali e di insegnare la dottrina cristiana alla gioventù secondo il catechismo del Canisio, almeno due volte la settimana. Tale documento si trova stampato ancora in appendice all’edizione degli Statuti Triestini del 1727.

Il carattere politico della ripresa religiosa di stampo gesuitico nei domini austriaci costò molte critiche ai Gesuiti, che, nonostante tutto, assicurarono a Trieste una tradizione di scuola dal 1619 fino alla loro soppressione (1773) e seppero consolidare, attraverso la disciplina e le pratiche di culto, l’ortodossia post-tridentina, servendosi di una lingua adatta a ogni comunità e preoccupati soprattutto di preservare dalla “peste eretica” i fedeli delle regioni infette.

Nel 1617 furono accolti a Trieste anche i Cappuccini, che vi rimasero con generale apprezzamento fino alla soppressione giuseppina (1785) per farvi ritorno nel 1855.

Nella seconda metà del sec. XVIII, la creazione del porto franco (1719) contribuì a trasformare Trieste in un florido centro emporiale, mentre i suoi abitanti, con particolare riguardo alla nuova borghesia, trovarono la propria ragione di vita nel commercio. Di questo benessere trassero vantaggio in misura minore anche le ville dell’altopiano, soprattutto quelle poste lungo le vie di transito, dove una serie di provvedimenti presi dal comune di Trieste nel corso del sec. XIV, aveva favorito l’insediamento di coloni slavi scesi dalla Carniola. Alle pesanti prestazioni d’opera e allo stato di sudditanza cui essi erano tenuti posero fine le riforme di Giuseppe Il e dei suoi successori specie dopo la breve parentesi della dominazione francese. Santa Croce, Prosecco e Contovello, posti sullo stesso ciglione carsico di fronte al mare; Monrupino e Rupingrande, adagiati sulla parte occidentale dell’altopiano; Padriciano, Trebiciano, Basovizza e Caresana, disposti a oriente; e ancora Bagnoli, San Dorligo e San Giuseppe della Chiusa al fondo valle costituiscono tuttora un patrimonio ricco di religiosità e di umana sostanza.

La politica ecclesiastica dei governi “illuminati” e i profondi rivolgimenti politici del nostro territorio recarono gravi alterazioni alle strutture giuridiche della comunità diocesana, che ebbe a subire modifiche dei confini territoriali, soppressioni e ricostituzioni. Così Giuseppe Il, che in seguito avrebbe soppresso per pochi anni la diocesi di Trieste e fondato quella di Gradisca (1788-1791), tolse al Capitolo cattedrale il diritto di esercitare le funzioni parrocchiali in città e, con rescritto sovrano del 19 marzo 1777, eresse due nuove parrocchie: quella di S. Maria Maggiore, già appartenente alla soppressa Compagnia di Gesù, per la città vecchia e quella di S. Antonio Nuovo per il Borgo Teresiano. AI tempo stesso la soppressione dei Gesuiti (1773) e la regolamentazione dei servizi divini da parte delle autorità politiche provocarono qui, forse più che altrove, un ingente indebolimento della Chiesa per l’enorme dispersione di uomini e di mezzi, mentre la comunità cattolica doveva difendersi dal dilagante malcostume di una società sostanzialmente irreligiosa e aprirsi lentamente alla convivenza e al dialogo ecumenico con i fratelli separati. Si legge tuttora con interesse il lungo rapporto fornito nel 1790 dal vescovo Inzaghi alla corte di Vienna sulla corruzione della diocesi e sulle tristi conseguenze della legislazione giuseppina: l’accorata lamentazione del vescovo, che può essere considerata come una protesta dei cattolici triestini, è una vibrante requisitoria pronunciata contro la politica riformatrice di Giuseppe Il, che a Trieste, già ricca di chiese, di conventi e di cappelle, fu certamente sentita come una stroncatura inflitta a secolari tradizioni e a beni spirituali sacri alle vecchie generazioni; nella proposta dei rimedi, l’Inzaghi dimostrava l’intransigenza del pastore cattolico di allora e,contro l’ondata dei tempi nuovi, voleva andare a fondo nella reazione:“è necessario – scriveva – rendere obbligatoria l’istruzione religiosa, punire l’apostasia dei cattolici, proibire i matrimoni misti, impedire la promiscuità di scolari cattolici ed ebrei nelle scuole, vietare ai pastori protestanti di invitare i cattolici alle loro prediche”.

Negli anni fra la dominazione napoleonica e la riconquista austriaca (1797-1814), il processo di secolarizzazione era dunque già avviato, mentre Trieste, presa in mezzo alle lotte tra Francia, Italia e Austria, sfruttata e privata delle sue funzioni economiche, era anche ecclesiasticamente paralizzata da un lungo periodo di sede vacante (1803-1821).

È solo un puro caso che l’attuale curia vescovile di via Cavana sia stata l’alloggio del ministro di polizia di Napoleone, Giuseppe Fouche: il palazzo, costruito dal negoziante Antonio Vicco alla fine del Settecento sul posto dove sorgeva l’ospedale femminile dell’Annunziata diretto dai Padri Ospedalieri di S. Giovanni di Dio (Fatebenefratelli), dopo molti passaggi di proprietà, fu acquistato dal sovrano erario e destinato sin dal 1831 a residenza vescovile.

Durante l’episcopato del goriziano Antonio Leonardis (1822-1830), Leone XII, con la bolla Locum beati Petri del 30 giugno 1828, unì a Trieste a eque principaliter la diocesi di Capodistria e quella soppressa di Cittanova. Il Leonardis fu anche l’ultimo vescovo italiano di Trieste austriaca; infatti nel 1831 cominciò la serie ininterrotta di sette vescovi, sei slavi e uno tedesco, i quali, per un certo verso, incarnarono la politica del governo imperiale di Vienna contro la temuta italianità di Trieste. Tra questi, emerge la figura di mons. Bartolomeo Legat (1847-1875), che cercò forme di integrazione reciproca fra l’istituzione ecclesiastica e il potere civile sulla base del concordato stipulato dalla monarchia asburgica con la S. Sede il18 agosto 1855. E, per dar corpo alla politica concordataria, fece ripetute pressioni sul Civico Magistrato e sulla Luogotenenza al fine di ottenere la costruzione di nuove chiese nella città di Trieste, allora in piena espansione. Nel 1855 richiamò i Cappuccini a Trieste per la cura spirituale del nuovo Ospedale civico e assicurò la loro presenza in città promovendo la costruzione di chiesa e convento sul colle di Montuzza. Nel 1868 avviò la pubblicazione del Bollettino diocesano (Folium dioeceseon Tergestinae-Iustinopolitanae), valendosi anche di collaboratori di alto livello culturale. Nel 1870 egli partecipò al Concilio Vaticano I, aderendo alla minoranza antinfallibilista nel gruppo guidato dall’arcivescovo Strossmayer, timoroso che la proclamazione del dogma dell’infallibilità pontificia potesse compromettere il piano di unione delle Chiese ortodosse orientali con Roma.

Gli successe mons. Giorgio Dobrila (1875-1882), dotto e intraprendente promotore della cosiddetta politica di “risollevazione morale” slava, alla cui opera mette capo tutto il crescendo dell’agitazione slava nelle terre adriatiche “irredente”.

Equilibrato al riguardo si mostrò invece mons. Francesco S. Nagl (1902-1910), che si adoperò per la crescita dell’organizzazione cattolica e del cattolicesimo politico in diocesi, favorì il ritorno dei Gesuiti e le prime opere dei Salesiani a Trieste.

Per il periodo tra il 1918 e il 1945, assumono particolare rilievo le figure di due vescovi: mons. Luigi Fogar (1924-1936) e mons. Antonio Santin (1938-1975). Il primo, che si era sforzato di “essere ponte tra i sacerdoti e i fedeli divisi per nazionalità, per idee politiche o per altre ragioni”, fu costretto a dimettersi dal governo della diocesi per un insanabile contrasto col regime fascista; il secondo, defensor civitatis in anni bui, si prodigò per salvare e proteggere Ebrei non solo triestini ma anche slavi e ungheresi che cercavano scampo dalla feroce persecuzione nazista.

In questi anni emerge nella cultura cittadina, fra altri dotti e pii sacerdoti, la figura di mons. Ugo Mioni, scrittore versatile e apostolo della buona stampa: egli inoltre diresse spiritualmente e aiutò la beata Teresa Ledochowska, qui vissuta per alcuni anni e perciò ultimamente inserita nel Calendario della diocesi accanto ai santi tradizionali.

Spetta al vescovo Santin, cui si riconosce di aver retto la diocesi in charitate et fortitudine, la ricostruzione morale e materiale di comunità e di chiese dopo l’azione devastante della guerra e della lotta civile qui scatenatasi più violenta che altrove; attento alla crescita di nuovi quartieri urbani anche per il triste fenomeno dell’esodo dall’Istria, ne promosse l’animazione spirituale con la creazione di nuove parrocchie. Già dal 1948 avviò la costruzione del Seminario, ultimato nel 1950, realizzando così un progetto a lungo desiderato in diocesi. Nel 1959 celebrò il sinodo diocesano, a 331 anni da quello convocato dal vescovo Scarlicchio, e nel 1960 ne pubblicò le costituzioni, nella speranza che esse sarebbero riuscite “di difesa alla fede, ai costumi, alla disciplina ecclesiastica e d’incremento alla Religione”. Nel 1966, sul ciglione petrigno di Monte Grisa, portò a termine i lavori per la costruzione del tempio votivo di Maria Madre e Regina, progettato con originalità di forme da Antonio Guacci e innalzato in adempimento di un voto per la salvezza della città (1945) e a ricordo della consacrazione d’Italia al Cuore Immacolato di Maria (1959).

Con la Costituzione apostolica Prioribus saeculi (17 ottobre 1977) seguita al discusso Trattato di Osimo fra l’Italia e Iugoslavia (10 novembre 1975), Paolo VI definiva il complesso problema della circoscrizione territoriale e del governo della diocesi, dichiarandola separata da quella di Capodistria come prima del 1828. Lo stesso giorno furono anche nominati il nuovo vescovo di Trieste, mons. Lorenzo Bellomi, e il vescovo della restituita diocesi di Capodistria, mons. Janez Jenko.

In quell’occasione la parrocchia di Muggia, antica pieve mariana di Trieste ma dal 1784 aggregata alla sede episcopale di Capodistria per uniformità al confine politico, fu nuovamente incorporata alla diocesi tergestina. Castrum Muglae era forse una delle più antiche pievi della diocesi di Trieste ed è sicuramente quella che ce ne conserva tuttora le più antiche testimonianze nella basilichetta di S. Maria Assunta, già chiesa collegiata, cioè sede di un capitolo canonicale che esercitava la cura d’anime su quello che sarebbe diventato il territorio del comune di Muggia, compreso fino al 1947 tra il Rosandra e il Risano. La dedica della chiesa alla Madonna – tipica delle pievi matrici in area aquileiese – è attestata esplicitamente per la prima volta ne11203, ma il suo arredo liturgico rinvia all’VIII-IX secolo: appartengono infatti alla caratteristica scultura dell’alto Medioevo quelle fasce a intrecci che decorano i plutei del recinto presbiteriale, rimaneggiato in fasi successive; del resto il castello di Muggia, posto in una posizione nevralgica del regno italico, doveva occupare un certo ruolo civile e militare, se nel 931 i re d’Italia Ugo e Lotario lo donarono ai patriarchi di Aquileia in quanto bisognoso di sicura protezione per tenere a freno le continue incursioni degli Slavi e degli Ungari. Per epoche più remote mancano sicure testimonianze, ma l’intitolazione della chiesa alla Vergine (in ecclesia sancte Marie de Mugla) e il culto mariano lì radicatosi e tramandato anche da un celebre ciclo di affreschi pregiotteschi, con scene della cosiddetta Dormitio Virginis e dell’Assunzione (il Sepolcro vuoto) in particolare, possono costituire un utile indizio per riconoscere sul posto, fra le tracce ormai sbiadite di un antico insediamento protostorico e romano, un primitivo nucleo missionario per la cristianizzazione delle campagne circostanti.

La veneranda antichità del luogo, distrutto nel 1353 durante uno dei ripetuti scontri con la vicina Trieste, e una statua barocca della Madonna particolarmente invocata dai Muggesani nei momenti di calamità richiamano pellegrini e devoti a questo santuario mariano specialmente nella festa dell’Assunta.

Muggia, pur soggetta al dominio temporale dei patriarchi di Aquileia, dopo il Mille cominciò a muoversi nell’orbita politica e culturale di Venezia e in questo periodo accolse come patroni i martiri romani Giovanni e Paolo, il cui culto si era consolidato a Venezia passando attraverso Ravenna. Ai due martiri celimontani infatti fu dedicata la prima chiesetta del piccolo borgo a mare, su cui presto sorse il Duomo attuale, consacrato dal vescovo triestino Arlongo dei Visgoni nel 1263. Prospero Petronio, nelle sue Memorie del 1681, scrive che i Muggesani “hanno un duomo molto bello, grande et adornato… V’assiste un piovano con tre canonici con buone rendite di sali. A medesimi, che piovano con tre canonici con buone rendite di sali. A medesimi, che formano un’insigne collegiata, s’aspetta l’elettione del nuovo pievano e canonici che subentrano. Suoi protettori sono S. Giovanni et Paulo, nel giorno de’ quali si fa fiera, com’anco nel giorno di S. Martino, durando la fiera ch’è franca, otto giorni avanti e otto dopo”. Il Capitolo fu soppresso nel 1843 assieme a quelli di molte cittadine istriane in omaggio al principio del parrocchialismo, ormai prevalente rispetto alle antiche forme collegiali. Quando nel 1467 il podestà veneto Pietro Dandolo e i Muggesani vollero adornare il Duomo di una bianca facciata di pietra, la eressero in onore dei patroni e ciò intesero ricordare con due epigrafi tuttora leggibili, mentre le immagini dei Ss. Giovanni e Paolo sono scolpite sulla lunetta sopra il portale, nell’atto di adorare la Trinità divina. Da allora si moltiplicarono a Muggia le raffigurazioni dei due martiri in pitture, sculture, in ricami, in incisioni e in prodotti di argenteria. Così sono scolpite nel legno e rivestite di lamina d’argento le due statue del 1853, esposte solennemente e portate il 26 giugno di ogni anno in una processione, cui partecipano, assieme a numeroso popolo, i rappresentanti delle singole “Scuole” con le antiche insegne e fanali di legno scolpito e dorato, ultimo segno di una secolare tradizione veneto-istriana qui ancora superstite che connota questo territorio tutto particolare della diocesi tergestina: per tale motivo, oltre che per l’antichità e per l’importanza dell’insediamento, abbiamo ritenuto questa comunità parrocchiale meritevole di particolare attenzione nell’ambito della diocesi.

In questo ultimo decennio la Chiesa tergestina è intenta a ricercare con semplicità ma con tenacia il suo impegno “sociale” e non rifugge dal “prender[si] le [sue] responsabilità e di riconoscere le [sue] inadempienze, lentezze e contraddizioni”. Non mancano dati per individuare questa tensione ecclesiale in una ricerca lenta, ma leale e disinteressata. Il convegno ecclesiale Evangelizzazione e promozione umana. Trieste: Cristiani a confronto del 1978 ha visto confluire ansie e attese, analisi e proposte di tutte le strutture ecclesiali e delle dieci commissioni preparatorie, esprimendo così quasi il momento “storico” di questa presa di coscienza comunitaria. Il Consiglio Pastorale Diocesano, eletto nel dopo convegno con suffragio universale dall’intera comunità dei credenti (1980-83, 1983-86, 1986-92, 1992-97), sembra raccogliere la tensione morale di tutta una comunità in rinnovamento. Il documento Una Chiesa a servizio della città del 1983, firmato congiuntamente dal Vescovo e dal Consiglio Pastorale Diocesano, rilancia lo sforzo appassionato per “capire l’anima della città e unirci a crescere insieme e partecipare perché essa viva e affronti con rinnovato vigore il domani”.