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La malattia, le paure e la grazia

DIOCESI DI TRIESTE

+ Giampaolo Crepaldi
Arcivescovo – Vescovo di Trieste

Messaggio per l’Avvento 2020

La malattia, le paure e la grazia

 

Carissimi presbiteri, diaconi, consacrati e consacrate, fedeli laici della Chiesa di Trieste: “grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cri­sto” (1Cor 1,3).

Sentire la croce gloriosa

1.        Durante l’Avvento, tempo liturgico di vigorosa intensità spirituale, la Chiesa ci invita a predisporci a un duplice movimento: prima di tutto, a chinarci dinanzi al Presepe per ricordare la nascita del Signore Gesù a Betlemme; in secondo luogo, ad alzare lo sguardo verso la meta finale del nostro pellegrinare, coltivando l’attesa del suo ritorno glorioso. Ricordare che il Signore Gesù si è incarnato a Betlemme alimenta la nostra fede nella sua presenza: Egli è l’Emanuele, il Dio con noi e tra noi; anzi è in noi; può attrarci a sé e comunicarci la sua vita se gli apriamo il cuore. Nello stesso tempo dobbiamo coltivare l’attesa della sua ultima venuta: “Vegliate dunque”, ci dice Gesù, “voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà” (Mc 13,35). La breve parabola del padrone partito per un viaggio e dei servi incaricati di farne le veci ci insegna quanto sia importante essere pronti ad accogliere il Signore quando, all’improvviso, arriverà (cf. Mc 13,34). Questo duplice movimento dell’anima alimenta la nostra speranza: essa è rivolta al futuro, ma resta sempre ben radicata in un evento del passato. Nella pienezza dei tempi, infatti, il Figlio di Dio è nato dalla Vergine Maria: “Nato da donna, nato sotto la Legge” (Gal 4,4), come scrisse l’apostolo Paolo nella sua Lettera ai Galati.

2.        L’Avvento è anche un tempo di profonda consolazione perché ci avverte che il faticoso e doloroso viaggio della nostra vita verso la patria celeste si svolge tutto sotto la potestà salvatrice del Signore Gesù, cioè definitivamente inscritto dentro la sua prima venuta, quella della sua nascita a Betlemme, e la sua seconda venuta alla fine dei tempi. Questo ci permette di affrontarlo con la certezza di poter contare sempre sul suo amore e la sua provvidenza, dando ad esso un orizzonte di senso compiuto. Questa certezza è particolarmente preziosa nella situazione presente che ci vede coinvolti nella drammatica pandemia da COVID-19. Essa ci costringe a vivere nella paura e nello smarrimento, a riprogrammare la quotidianità con una serie di comportamenti che mai e poi mai avremmo pensato di dover far nostri: niente strette di mano o abbracci, timorosi che l’altro – anche il conoscente, anche il familiare – possa essere un potenziale nemico da cui difenderci perché ci potrebbe infettare. Durante alcuni mesi poi – quelli trascorsi della Quaresima e della Pasqua – sono stati totalmente scombinati i ritmi normali della nostra vita cristiana, lasciandoci senza messa, senza comunione e confessione, perfino senza funerali per i nostri morti, a testimonianza che non solo il vivere, ma anche il morire – spesso avvenuto in un abbandono pieno di desolazione umana e spirituale – ne risultò radicalmente e drammaticamente segnato.

3.        La pandemia da COVID-19 sta mettendo in discussione le relazioni con il prossimo, con Dio, con il senso personale del vivere e del morire, ma anche il nostro convenire nazionale e internazionale sul piano culturale, socio-economico e politico. In questo Messaggio, intitolato La malattia, le paure e la grazia, mi soffermerò, in particolare, a fornire un qualche spunto di riflessione spirituale relativo al mondo della malattia che si è via via manifestato come il nodo più intricato dell’attuale situazione pandemica, con le mille paure che ingenera nel vissuto di ognuno di noi, con la conta quotidiana dei contagiati, dei malati finiti in ospedale o in terapia intensiva e dei morti, con i mille pareri contrastanti degli scienziati, con le inquietudini personali per la salute dei propri cari soprattutto bambini e anziani, con le innumerevoli norme sanitarie da seguire, con le difficoltà giornaliere del vivere in famiglia, a scuola, al lavoro e nelle relazioni amicali e sociali. Chiediamoci: in questo scenario tanto complicato, il Signore ha qualcosa da dirci, da comunicarci, da illustrarci? C’è una parola cristiana che dia un senso al drammatico momento che viviamo? Soprattutto, c’è una parola evangelica sulla malattia e il mistero del dolore e della sofferenza? E’ vero quanto scrisse il grande Papa San Giovanni Paolo II in una pagina di inaudita potenza spirituale dove affermò che quando abbracciamo le nostre sofferenze in Cristo possiamo salvare il mondo[1]?.

4.        A convincermi a dedicare questo Messaggio ai temi della malattia e ai malati è stato anche il Card. Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. A fine ottobre il Cardinale, dopo qualche giorno di cure domiciliari, fu ricoverato in ospedale in quanto positivo al tampone del Coronavirus. Da qui le sue condizioni di salute iniziarono a peggiorare, sino a che, il 3 novembre, venne spostato in terapia intensiva a seguito di una sensibile variazione del quadro clinico. In quei giorni umanamente convulsi, il Cardinale avvertì l’urgenza di scrivere una lettera al popolo della sua Chiesa diocesana, dove parla non solo della sua vicenda personale di ricoverato in gravi condizioni di salute, ma traccia, con singolare sapienza spirituale, la strada che la Chiesa deve percorrere per affrontare le drammatiche prove di questo tempo, a partire dalla seconda ondata di Coronavirus. Queste le sue toccanti parole: “Da quando sono in isolamento per la positività al Covid-19, ho la possibilità di comunicarmi ogni giorno nella mia camera, avendo portato una piccola pisside vicino alla porta della stanza. Era necessaria questa esperienza di malattia per rendermi conto di quanto siano vere le parole dell’Apocalisse in cui Gesù dice all’angelo della Chiesa di Laodicèa: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). Continua: “Quel pane consacrato trascende dallo stesso altare, abbraccia tutto l’universo e stringe a sé tutti i problemi dell’umanità, perché il corpo di Gesù è strettamente unito al corpo mistico che è tutta la Chiesa. Non c’è situazione umana a cui non possa essere ricondotta l’Eucaristia”.

5.        Il Cardinale poi ha voluto accanto al suo letto di ospedale una reliquia del beato Carlo Acutis, il giovane che fece dell’Eucaristia l’amore della sua vita e il centro della sua santità. È commovente sapere che, nei giorni dolorosi della malattia, il Presidente dei Vescovi italiani invochi con fervore questo Beato, un quindicenne tutto internet ed Eucaristia, come a indicare che la strada del rinnovamento e del riscatto passa attraverso i giovani che sanno mettere insieme le più avanzate tecnologie e l’antica fede in Gesù. La Lettera del Cardinale, infatti, continua con questa luminosa e convincente affermazione: “Anche le vicende drammatiche che stiamo vivendo in questi giorni in Italia come l’aumento della diffusione dell’epidemia, la grave crisi economica per molti lavoratori e per tante imprese, l’incertezza per i nostri giovani della scuola – non sono al di fuori della Santissima Eucaristia. […] Non c’è consolazione, non c’è conforto, non c’è assenza di lacrime che non abbia il suo riferimento a Gesù Eucaristia. […] L’Eucaristia non è soltanto il Sacramento in cui Cristo si riceve – l’anima è piena di grazia e a noi è dato il pegno della gloria futura – ma è l’anima del mondo ed è il fulcro in cui converge tutto l’universo”. Così testimonia il Cardinale Bassetti, a partire da sé: “Vorrei che in questo periodo di così grave sofferenza non sentissi­mo la croce come un peso insopportabile ma come una croce gloriosa. Perché la Sua dolce presenza e la Sua carezza nell’Eucaristia fanno sì che le braccia della croce diventino due ali, come diceva don Tonino Bello, che ci portano a Gesù”.

Dare un senso alla malattia e alla sofferenza

6.        La commovente ed evangelica testimonianza del Cardinale Bassetti ci permette di capire che per dare un senso autentico alla malattia, al dolore e alla sofferenza dobbiamo rifarci a Gesù Cristo. Anch’Egli, infatti, sperimentò nell’Orto degli Ulivi il peso schiacciante del dolore durante la notte che precedette la sua passione e morte. In quella circostanza Egli rivolse al Padre questa preghiera che ci consente di penetrare nell’intimità della sua anima: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42). Il contrasto che sperimentò tra la volontà del Padre e la sua volontà, trovò una via d’uscita e una soluzione proprio nell’atto del pregare, fatto non per piegare la volontà di Dio alla sua, ma la sua a quella di Dio. Quell’atto lo aiutò a consegnarsi al Padre, ad abbandonarsi a Lui comunque ed in ogni caso. Lo spiega bene la Lettera agli Ebrei: “Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito”. (Eb 5,7). Sì, venne esaudito, non nel senso che fu liberato dalla passione e dalla morte; venne esaudito perché attraverso la passione e la morte entrò nella vita nuova della risurrezione. La notte del Getsemani lo introdusse nel giorno radioso della Pasqua.

7.        L’esperienza vissuta da Cristo si ripeté nel suo discepolo san Paolo. Anch’Egli visse una lacerante divisione fra il desiderio di dedicarsi totalmente al ministero apostolico e una malattia che lo umiliava e non gli dava tregua. Confidò nella Seconda Lettera ai Corinti: “…è stata data alla mia carne una spina” (2Cor 12,7). E anche Lui, come Gesù, trovò rifugio e salvezza nel pregare: “A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me” (2Cor 12,8). Come Cristo sperimentò la difficoltà ad abbandonarsi alla volontà del Padre. Come Cristo lottò contro la propria volontà. Come Cristo pregò. Come Cristo venne esaudito, non perché sia stato guarito dalla malattia, ma perché, attraverso di essa, la potenza redentiva di Cristo si manifestò in tutto il suo splendore. Cristo all’Orto degli Ulivi ricevette la visita di un angelo che gli portò conforto. L’apostolo Paolo ascoltò una parola di consolazione, una parola di straordinaria forza: “Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza»” (2Cor 12,9).

8.        L’agonia di Cristo e la malattia dell’apostolo sono i riferimenti essenziali per affrontare l’esperienza della nostra malattia, della nostra debolezza, anche della nostra anzianità (senectus ipsa morbus!). Questa esperienza, se vissuta nella fede, diventa il luogo in cui Cristo continua a rivivere tutto il mistero della sua dolorosa agonia nell’Orto degli Ulivi. Si colloca qui il significato cristiano del nostro essere malati, del nostro soffrire. Mediante la nostra sofferenza, partecipiamo realmente, anche se in modo misterioso, alla sofferenza stessa di Cristo: Egli continua la Sua sofferenza nella nostra. In ragione di questo singolare legame, la nostra sofferenza non è inutile. Anzi, in essa si rende manifesta la potenza salvifica divina. La vicenda della sofferenza di Cristo, che rivisse nella malattia dell’apostolo Paolo, continua a rivivere in ogni malato e sofferente che patisce in Lui. È questa mistica identificazione-conformità del malato con Cristo, che fa della sua persona un sacramento della presenza di Cristo in mezzo a noi. A Betlemme, il Dio-bambino ci amò nella culla; all’ospedale, il Dio-infermo ci ama nel letto della sofferenza di tanti malati.

9.        Sappiamo che nell’esperienza della malattia e della sofferenza dobbiamo fare i conti con tante paure e con la tentazione dello scoraggiamento e perfino della disperazione. Ma, se considerata nella prospettiva di fede sopra richiamata, può trasformarsi in una opportunità di grazia per rientrare in noi stessi, ripensare alla nostra vita, coltivare la nostalgia dell’abbraccio con il Padre celeste, aggiustare il cammino verso la sua Casa. Egli, nel suo amore potente e infinito, veglia costantemente sulla nostra esistenza per consolarci con il dono della riconciliazione e della fiducia. In definitiva, nell’esperienza della malattia e della sofferenza viene riproposto il duplice mistero che Gesù sperimentò nell’Orto degli Ulivi: là Egli si trovò drammaticamente davanti alla via della Passione e accolse di percorrerla fino in fondo, facendo propria la sofferenza del mondo e portandola davanti agli occhi e nelle mani di Dio. Ma, là Egli ascese al Padre, facendo dell’Orto degli Ulivi il luogo rivelativo della redenzione e della salvezza del mondo. Questo duplice mistero dell’Orto degli Ulivi è il paradigma permanente di ogni spiritualità cristiana che dia valore al soffrire umano.

L’unzione degli infermi, sacramento di salvezza e di guarigione

10.        Le considerazioni precedenti ci dicono che il significato della malattia e della sofferenza viene trovato se accendiamo la luce del valore salvifico del dolore assunto da Cristo nella sua passione, morte e risurrezione. Il Catechismo della Chiesa Cattolica [2]ne illustra i termini con chiarezza: “Con la sua passione e la sua morte sulla Croce, Cristo ha dato un senso nuovo alla sofferenza: essa può ormai configurarci a Lui e unirci alla sua passione redentrice” (n. 1505); “Cristo invita i suoi discepoli a seguirlo prendendo anch’essi la loro Croce (cf. Mt 10, 38). Seguendolo, assumono un nuovo modo di vedere la malattia e i malati” (n. 1506). Mentre il Signore insegnava il significato positivo del dolore, ha anche guarito una moltitudine di malati, dimostrando il suo potere sulla malattia e soprattutto la sua potestà con il perdonare i peccati (cf. Mt 9, 2-7). Dopo la risurrezione invia gli Apostoli: “Nel mio nome […] imporranno le mani ai malati e questi guariranno” (Mc 16, 17-18) (cf. n. 1507).

11.        Sull’esempio di Cristo, la Chiesa, nella sua azione pastorale, ha da sempre assegnato un’attenzione privilegiata ai malati e ai sofferenti e continua ad aiutarli in modo particolare con il sacramento dell’Unzione degli Infermi. Scorrendo le pagine del Nuovo Testamento, questo sacramento è richiamato come tale nel Vangelo di Marco (cf. Mc 6, 13), era diffuso al tempo degli Apostoli e fu raccomandato esplicitamente dall’Apostolo Giacomo nella sua Lettera: “Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo solleverà e, se ha commesso peccati, gli saranno perdonati” (Gc 5,14-15). La tradizione viva della Chiesa ha sempre riconosciuto in questo rito, destinato a recare conforto ai malati e a purificarli dal peccato e dalle sue conseguenze, uno dei sette sacramenti della Nuova Legge. Con l’Unzione degli Infermi è Gesù Cristo stesso che va incontro al malato come salvatore nel senso più profondo della parola: per stargli vicino nel dolore; per rinvigorirlo nella paura e nella debolezza; per aiutarlo nell’oscurità della fede e nei dubbi; per incamminarlo verso l’abbraccio consolante con il Padre.

12.        Per celebrare l’Unzione degli Infermi si usa l’olio di oliva o, in caso di necessità, un altro olio vegetale, che deve essere benedetto dal vescovo o da un sacerdote che ne abbia la debita facoltà. L’Unzione si fa spalmando un po’ di olio sulla fronte e sulle mani dell’infermo. La formula sacramentale con la quale nel rito latino si conferisce l’Unzione degli Infermi è la seguente: Per istam sanctam unctionem et suam piissimam misericordiam, adiuvet te Dominus gratia Spiritus Sancti. Amen / Ut a peccatis liberatum te salvet atque propitius allevet. Amen. (Per questa santa unzione e la sua piissima misericordia ti aiuti il Signore con la grazia dello Spirito Santo. Amen./ E, liberandoti dai peccati, ti salvi e nella sua bontà ti sollevi. Amen). Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che l’Unzione degli infermi è una celebrazione comunitaria, sia che abbia luogo in famiglia, all’ospedale, o in chiesa, per un solo malato o per un gruppo di infermi. Inoltre avverte che “È molto opportuno che sia celebrata durante l’Eucaristia, memoriale della Pasqua del Signore. Se le circostanze lo consigliano, la celebrazione del sacramento può essere preceduta dal sacramento della Penitenza e seguita da quello dell’Eucaristia. In quanto sacramento della Pasqua di Cristo, l’Eucaristia dovrebbe sempre essere l’ultimo sacramento del pellegrinaggio terreno, il “viatico” per il “passaggio” alla vita eterna” (n. 1517).

13.        Ministro di questo sacramento è soltanto il sacerdote, vescovo o presbitero. È dovere dei pastori istruire con opportune catechesi e specifiche inizia­tive formative i fedeli sul significato e sui benefici di questo sacramento. I fedeli – mi riferisco qui in particolare ai parenti e agli amici – devono sentire il dovere di incoraggiare i malati a chiamare il sacerdote per ricevere l’Unzione degli Infermi (cf. Catechismo, n. 1516). Ai nostri giorni si tende a isolare la malattia e, nelle cliniche, negli ospedali e nelle case di riposo, spesso i malati gravi muoiono in uno sconfortante abbandono relazionale e in una cupa solitudine. Si tratta di una situazione che ripugna alla coscienza cristiana. Anzi, noi cristiani – in particolare quelli che lavorano negli ambienti ospedalieri e assistenziali – debbono impegnarsi a far sì che non manchino ai malati ricoverati i mezzi necessari che danno consolazione e sollievo al corpo e all’anima che soffre. Tra questi mezzi – oltre alla Confessione e alla Comunione – ci deve essere il sacramento dell’Unzione degli Infermi.

14.        Può ricevere l’Unzione degli Infermi ogni persona battezzata, che abbia raggiunto l’uso di ragione e si trovi in pericolo di morte per malattia o per vecchiaia, unita a uno stato di avanzata debolezza senile. Inoltre, la Chiesa richiede che per ricevere i frutti di questo sacramento il malato sia riconciliato con Dio e con la Chiesa, almeno col desiderio unito al pen­timento dei propri peccati e alla intenzione di confessarsi, appena possibile. Per questo la Chiesa raccomanda che, prima dell’Unzione, il malato riceva il sacramento della Riconciliazione. In altre parole, il malato deve avere la volontà di morire come muoiono i cristiani, con gli aiuti soprannaturali ad essi destinati. Anche se l’Unzione degli Infermi si può amministrare a chi ha già perso i sensi, bisogna fare in modo che la si riceva da coscienti, in modo che il malato possa disporsi meglio a ricevere la grazia del sacramento. Nel Codice di Diritto Canonico la Chiesa poi ha formalizzato alcune norme che vanno tenute in seria considerazione. In primo luogo, non si deve amministrare il sacramento a coloro che rimangono ostinatamente impenitenti in stato di peccato grave manifesto (cf. can. 1007). Inoltre, se un malato che ha ricevuto l’Unzione riacquista la salute, può, in caso di una nuova grave malattia, ricevere nuo­vamente questo sacramento; e nel corso della stessa malattia, il sacramento può essere ripetuto nel caso in cui la malattia si aggravi (cf. can. 1004, 2). Infine, bi­sogna tener presente questa indicazione della Chiesa: “Nel dubbio se l’infermo abbia già raggiunto l’uso di ragione, se sia gravemente ammalato o se sia morto, questo sacramento sia amministrato” (can. 1005).

15.        Nelle opportune catechesi su questo sacramento, è bene far presente che il sacramento dell’Unzione degli Infermi, pur non essendo necessario come mezzo per la salvezza, non si deve volontariamente farne a meno se è possibile riceverlo, perché equivarrebbe a rifiutare un aiuto efficace per la salvezza stessa. Privare un malato di quest’aiuto potrebbe costituire un peccato grave. In quanto sacramento della Nuova Legge, l’Unzione degli Infermi dà al fedele la grazia santificante, e la grazia sacramentale specifica che ha come effetto: l’unione più intima con Cristo nella sua Passione redentrice, per il proprio bene e per quello di tutta la Chiesa (cf. Catechismo, nn. 1521-1522; 1532); il conforto, la pace e il coraggio per superare le difficoltà e le sofferenze proprie di una malattia grave o della fragilità della vecchiaia (cf. Ivi, nn. 1520; 1532); la cancellazione delle conseguenze dei peccati e il perdono di quelli veniali, ed anche dei peccati mortali nel caso in cui il malato ne fosse pentito, ma non avesse potuto ricevere il sacramento della Penitenza (cf. Ivi, n. 1520); il ristabilimento della salute del corpo, se questa è la volontà di Dio (cf. Ivi, n. 1520); la preparazione al passaggio alla vita eterna. In tal senso, il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: “Questa grazia [propria dell’Unzione degli Infermi] è un dono dello Spirito Santo che rinnova la fiducia e la fede in Dio e fortifica contro le tentazioni del maligno, cioè contro la tentazione di scoraggiamento e di angoscia di fronte alla morte (cf. Eb 2, 15)” (n. 1520).

16.        Possiamo dire che il sacramento dell’Unzione degli Infermi è la medicina di Dio che manifesta al malato la sua bontà, che lo rafforza e consola, che, allo stesso tempo, al di là del momento della malattia, rimanda alla guarigione definitiva, alla risurrezio­ne. Questo Sacramento – anche nella nostra Chiesa diocesana – merita una maggiore considerazione nell’azione liturgica e pastorale, con una sua più ampia valorizzazione, adatta alle diverse situazioni legate ai malati, superando definitivamente l’idea riduttiva che continua a considerarlo come estrema unzione di chi si trova alla fine della vita. Sarebbe un errore pastorale imperdonabile considerare l’Unzione degli Infermi come un sacramento minore rispetto agli altri. Con esso, l’attenzione e la cura pastorali verso gli infermi, se da un lato sono segno della tenerezza di Dio per chi è nella sofferenza, dall’altro arrecano un beneficio spirituale anche ai sacerdoti e a tutte le nostre comunità cristiane, nella consapevolezza che quanto è fatto al più piccolo, è fatto a Gesù stesso.

La malattia invoca l’amore

17.        “La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva” (Mc 1,30-31): questa icona evangelica ci dice che Gesù guarda una persona inferma e la prende per mano. È l’icona della vicinanza di Dio all’uomo, dell’incontro giunto fino al contatto fisico di Dio coll’uomo. A partire da qui, possiamo fare una qualche riflessione sul cosiddetto mondo della sanità, che, con la pandemia in corso, è ritornato al centro del dibattito pubblico a tutti i livelli. Nella prospettiva cristiana, esso ha a che fare con due esigenze umane fondamentali: quella della malattia del corpo che attende cure mediche e quella dello smarrimento del cuore che attende vicinanza e amore. Il mondo della malattia invoca senza sosta il mondo dell’amore. Queste esigenze umane e cristiane – che, nel corso dei secoli, hanno assunto forme istituzionali come gli ospedali, le case di cura, le case di riposo e forme professionali come la professione del medico, dell’infermiere/a ed altre simili – vanno salvaguardate, coltivando una cultura incentrata sul primato della persona malata. Questo richiede un supplemento di sapienza che sappia vedere sempre chiaramente quale è il bene intangibile della persona malata ed individuare correttamente ciò che in difesa di essa deve essere sempre assicurato. La Chiesa di Trieste – con la sua Commissione diocesana per la salute, con i suoi cappellani ospedalieri, con le Associazioni di volontariato, la Caritas diocesana e con tutta la sua capillare presenza nel territorio attraverso le parrocchie – dovrà essere sempre disponibile per aiutare in questa direzione, secondo la sua competenza propria.

18.        Tenendo davanti agli occhi l’icona evangelica – Gesù che si avvicina al letto della suocera inferma di Pietro – sento di fare mia, a nome anche di tutta la Diocesi, la parola di gratitudine e di stima che la Commissione diocesana riservò il 23 aprile di quest’anno ai medici, agli infermieri e a tutti gli operatori sanitari per la esemplare dedizione che hanno dimostrato e continuano a dimostrare nell’affrontare, con coraggio e professionalità, l’inedita e complessa situazione provocata dall’epidemia da COVID-19 nelle realtà ospedaliere e nelle case di riposo della nostra Città. In quell’importante documento, la Commissione scrisse: “La loro testimonianza dovrà essere maggiormente valorizzata come base e garanzia per ogni futura politica sanitaria regionale, le cui scelte non dovranno sottostare all’unico criterio dell’efficientismo economicista. La loro testimonianza va nella direzione di vedere, in ogni singolo paziente, una persona considerata nella sua integralità, che porta con sé un valore incondiziona­to e una dignità da onorare. Questo tema risulta di stringente attualità quando la forte pressione della malattia da coronavirus sulle strutture e gli operatori sanitari, spesso messi a dura prova per la responsa­bilità verso i pazienti e le loro famiglie, è andata ad impattare in modo significativo sulle loro scelte e sui loro comportamenti”.

19.        Sulla linea di questa limpida e coraggiosa presa di posizione, la Commissione diocesana disse anche una parola sulle strutture sanitarie ed assistenziali, presenti nel nostro territorio, che si occupano di anziani, stigmatizzando sbrigative condanne che tradiscono l’incapacità di comprendere l’effettivo impegno organizzativo ed umano di queste realtà che, nonostante le difficoltà drammatiche dell’attuale pandemia, sono per tanti anziani, la sola casa e la sola famiglia che hanno. Opportunamente scrisse la Commissione: “Molto si poteva fare e molto resta ancora da fare in e per queste realtà con l’obiettivo di renderle sicure e conformi alle esigenze degli ospiti. A questo riguardo, la Commissione auspica un continuo e rinnovato dialogo tra di esse e le Istituzioni pubbliche regionali e comunali, in grado di far tesoro della dolorosa esperienza fatta e di implementare nuove linee progettuali di cura e assistenza secondo il criterio che pone al centro la persona dell’anziano, pienamente ed efficacemente valorizzata”. Con la buona volontà di tutti, le difficili circostanze della pandemia in corso possono costituire un’opportunità per far diventare queste realtà dei luoghi in cui si coltiva un fecondo patto tra le generazioni, tra le persone anziane e tutte le componenti della comunità civile, un patto che parta dal presupposto che anche il soggetto debole e anziano è una risorsa preziosa per il presente e per il futuro di tutti.

L’affido alla Madonna della Salute

20.        Carissimi fratelli e sorelle, la nostra Chiesa diocesana continua a vivere il difficile periodo segnato dalla pandemia da COVID-19, affidandosi e affidando Trieste alla Madonna della Salute. Continuiamo a pregarla, con fiducia e speranza, implorandola di proteggere le nostre anime e i nostri corpi dai pericoli che continuano a mettere a rischio persone, famiglie e la nostra vita sociale ed economica. Continuiamo senza stancarci, recitando con devozione la seguente preghiera.

Madonna della Salute,
come tante volte nella storia della nostra Trieste,
veniamo a te smarriti e pieni di paura
per chiedere il conforto della tua materna presenza
che ci protegga dal pericolo del virus.

Consolatrice degli afflitti,
ottienici l’amore provvidente del Padre celeste,
che dona forza ai malati e a quanti li curano,
che sostiene chi lavora e produce,
che illumina i governanti nella scelta del bene comune.

Madre di misericordia,
rinsalda in noi la volontà di non peccare più,
e accompagnaci per mano dal Figlio tuo Gesù
che professiamo come unico nostro Salvatore
da amare con tutto il cuore e in cui sperare.

Vergine clemente e fedele,
implora la potente azione dello Spirito Consolatore
che lava ciò che è sordido,
che sana ciò che sanguina,
che riempie di verità e carità il cuore di tutti.

Madonna della Salute,
radunati sotto il tuo manto a te ci consacriamo,
fiduciosi che, dopo questo periodo di sofferenza,
farai tornare nella nostra Trieste, nell’Italia e nel mondo
il tempo della tranquillità operosa e serena. Amen!

 

Trieste, 21 novembre 2020, – Festa della Madonna della Salute

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[1] Queste le sue parole: “Operando la redenzione mediante la sofferenza, Cristo ha elevato insieme la sofferenza umana a livello di redenzione… Egli non spiega in astratto le ragioni della sofferenza, ma prima di tutto dice: Seguimi! Vieni! Prendi parte con la tua sofferenza a quest’opera di salvezza del mondo, che si compie per mezzo della mia sofferenza! Per mezzo della mia Croce”.

[2] Per questa parte della Nota suggerisco di leggere la parte del Catechismo della Chiesa Cattolica dal numero 1499 al 1532.