Diocesi di Trieste
✠ Enrico Trevisi,
Vescovo di Trieste
Lettera pastorale
Sulla tua Parola
(Lc 5,5)
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Carissima Chiesa di Trieste,
Cari fratelli e sorelle, amati fratelli e sorelle, ljubljeni bratje in sestre,
viviamo un tempo bello ed esaltante.
È il tempo nel quale il Signore ci parla e si fida di noi. Ci parla e ci dona una missione. Siamo di quelli che si stringono attorno a Gesù per ascoltare la Parola di Dio. Abbiamo bisogno di quanto esce dalla bocca di Dio più che del pane, perché senza una parola che getti luce sulla vita e sul mondo siamo smarriti. “Sulla tua parola” (Lc 5,5) siamo disposti come gli apostoli a rischiare la vita, ad essere guardati con sufficienza perché arriviamo a fare, a vivere con una libertà che ci espone non solo ad essere considerati fuori moda, ma ad essere guardati come fossimo ingenui, un po’ irragionevoli e un po’ giullari, come il Francesco di Zeffirelli. La nostra vocazione, però, non è ad essere giullari o ingenui, ma ad essere santi, a seguire il Risorto e a conformarci a Lui, come San Francesco, San Giusto e il Beato Francesco Bonifacio.
In Gesù si adempie l’antica promessa: “Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio” (Isaia 41,10). Non lasciamoci turbare dai profeti di sventura che seminano tristezza e violenza, non assecondiamo le vie semplicistiche di chi fomenta le guerre e la corsa agli armamenti. Noi abbiamo Gesù. La sua parola che lo Spirito rende sempre viva. E vogliamo che diventi la nostra vita. Per trovare il nostro stile, il nostro giudizio sul mondo, sulla politica, sulla complessità dei problemi. Anzitutto con fiducia torniamo a Lui. A Gesù. Con lo sguardo fisso su di Lui. Admirantes Iesum.
Mettiamoci allora in ascolto della parola che non passa (Mt 24,35), della parola che è la via nella quale non smarrirci, che dà vita piena e in abbondanza, che ci connette alla verità che ci strappa dalle illusioni e dalle ideologie (cfr. Gv. 14,6).
1Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, 2vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. 3Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. 4Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». 5Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». 6Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. 7Allora fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. 8Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». 9Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; 10così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini». 11E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono. (Lc 5,1-11).
Capitolo I
Ascoltare la Prola di Dio (cf Lc 5,1)
Nel mio itinerario nelle diverse parrocchie, accompagnato dai membri dell’équipe sinodale, nell’incontrare e ascoltare i consigli pastorali parrocchiali e i collaboratori vari (affari economici, catechisti, lettori e ministri straordinari della Comunione, volontari…) ho avvertito la gioia per le tante persone appassionate al Signore e alla propria comunità. Ho inteso confermare tutti a tenere sempre al centro la Parola del Signore e l’Eucarestia, anzitutto quella della domenica.
La folla si stringe attorno a Gesù – questo ci mostra il Vangelo (Lc 5,1) – perché ha colto che in Lui si trova la Parola viva di cui tutti sono affamati e assetati. Insieme ci si stringe ad ascoltare Gesù, evitando fughe individualiste, interpretazioni che fanno dire a Dio quello che uno vuol sentirsi dire… L’autoreferenzialità, una religiosità strumentalizzata (dal potere di turno o magari in modo inconsapevole) sono pericoli che incombono in ogni stagione. Invece la fede nasce dal Vangelo, come incontro vivo con il Cristo morto e risorto presente nella Chiesa. E l’ascolto della Parola ci purifica, ci unisce, ci porta ad essere umili nella ricerca di quella continua conversione che è necessaria per essere autentici discepoli di Cristo[1].
Questo metterci in ascolto della Parola di Dio (un ascolto che predispone a viverla, a incarnarla) è lo stile di vita di ogni credente in ogni fase della vita; è lo sfondo di ogni evangelizzazione e di ogni piano pastorale. In ogni casa, famiglia, in ogni comunità… occorre respirare il profumo dell’ascolto della Parola. Nessuno può dire che è troppo giovane o troppo vecchio: il Vangelo è parola viva per tutti. Senza questa disposizione ad essere costantemente in ascolto dello Spirito (che ci parla nella Scrittura ma per abilitarci ad ascoltarlo anche nella vita e nella coscienza) non c’è autentica vita cristiana: magari ci si dispone a comportamenti moralmente corretti, ma l’essere discepoli di Gesù è altra cosa! È il conformarci al Suo Cuore, è il lasciar traboccare l’eccesso della sua carità dalla pochezza dei nostri giorni. È il guardare le cose con i suoi occhi; l’entrare nei suoi pensieri; profumare di Sacro Crisma. A questo ci portano il Battesimo e la Cresima e il restare nella Parola che non passa. Lo Spirito Santo ci consente di vivere lo sguardo di Gesù sulla vita, sui poveri, nelle tante periferie del mondo.
Diffidiamo di chi pensa di aver già capito tutto e cammina senza la Chiesa o facendosi la sua chiesuola su misura. La Chiesa si fa solo attorno a Gesù, ma nello Spirito Santo è popolo di Dio confermato nella fede da Pietro e dagli Apostoli, dal Papa e dai Vescovi.
Mettiamo al centro la Parola di Dio. Mettiamoci in ascolto dello Spirito che ci guida. Ogni attività ecclesiale, ogni itinerario di formazione, sia delle parrocchie come di associazioni e movimenti, abbia sempre al centro la Parola di Dio. E dal Vangelo impariamo che Gesù è il compimento della Rivelazione, la Parola che ci consente di cogliere e interpretare in modo autentico ogni altro passo biblico. |
Capitolo II
Annunciare la Parola (2Tm 4,2)
San Paolo al discepolo Timoteo raccomanda: “Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento” (2Tm 4,1-2).
Non ci sono alibi, non ci sono scusanti. Per il Battesimo tutti siamo chiamati ad evangelizzare, cioè a vivere il Vangelo e a testimoniarlo con la vita, e se necessario con le parole (come suggeriva papa Francesco interpretando San Francesco)[2].
Appena dopo San Paolo ricorda che c’è un tempo in cui non si sopporta più la sana dottrina ma ci si circonda “di maestri secondo i propri capricci” (v.3) perdendosi dietro le favole e rifiutando di dare ascolto alla verità (v.4).
“Compi la tua opera di annunciatore del Vangelo”, che si può tradurre: “svolgi il compito di evangelista” (2Tm 4,5).
Ci sono tante favole e ideologie che ci spingono l’uno contro l’altro, alla diffidenza e al risentimento di un popolo contro l’altro, di un’etnia contro l’altra. L’individualismo sfrenato in cui siamo avvolti porta spesso alla paura o all’incapacità di creare coppie fedeli, famiglie solide, comunità solidali. L’ideologia del successo personale, del diventare ricchi, del profitto facile, del dominare il mondo avvelena ogni rapporto: ci si sente usati, spremuti, spiati ovunque per carpire i nostri “dati” e sfruttarci in un’economia estrattiva che svilisce le relazioni. C’è una globalizzazione dell’indifferenza e dell’impotenza che sta desertificando i cuori e le relazioni.
La Parola di Gesù invece è chiara: invita ad amarci come Lui ci ha amati, fino al dono di noi stessi; ad amare addirittura i nemici. Ci chiede di saperlo riconoscere in ogni piccolo e bisognoso perché ogni cosa fatta al più piccolo è fatta a Lui. Ci chiede di guardarci dall’ipocrisia di chi si pavoneggia nella preghiera, nel digiuno e nell’elemosina, ma ci chiede (Lui o attraverso gli apostoli) di pregare senza stancarci mai, di saperci fare servi di tutti, di fermarci lungo la strada a soccorrere chi è ferito. Lo Spirito a noi chiede di farci dono con una carità che è senza pudori, senza ipocrisie: perché la carità è magnanima e benevola; non è invidiosa e non si vanta e non si gonfia di orgoglio e non manca di rispetto. Non cerca il proprio interesse e non si adira e non tiene conto del male ricevuto e non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità (cfr. 1Cor 13).
È il ritratto di Gesù. Questo è il nucleo del Vangelo: “Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!” (1Cor 13,13).
Per il battesimo tutti siamo chiamati a questa vita nuova, alla vita secondo lo Spirito, abilitati a difendere questa sana dottrina: Gesù Risorto ci abilita per mezzo dello Spirito a vivere questa carità, secondo la misura del Suo cuore.
Se si manca di rispetto, se si cerca il proprio interesse, se ci si adira… si contraddice la verità che si è chiamati a testimoniare, il nostro essere discepoli. Si tradisce il compito di essere evangelisti. Radicati e costruiti in Cristo: questo il compito da tradurre nella vita perché possiamo essere fedeli testimoni-annunciatori del Vangelo. Questo è il testo biblico che i Vescovi Italiani hanno suggerito come traccia per incamminarci nell’attuazione del Sinodo[3]:
“Intimamente uniti nell’amore, [i credenti] siano arricchiti di una piena intelligenza per conoscere il mistero di Dio, che è Cristo: in lui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza. […] Come, dunque, avete accolto Cristo Gesù, il Signore, in lui camminate, radicati e costruiti su di lui, saldi nella fede come vi è stato insegnato, sovrabbondando nel rendimento di grazie (en eucharistía). […] È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui, […] con lui sepolti nel battesimo, con lui siete anche risorti mediante la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti” (Col 2,2-3.6-7.9-10.12).
Come Isaia, senza esitazione, guidati dallo Spirito, diciamo: «Udii la voce del Signore che diceva: “Chi manderò”? E io risposi: “Eccomi, manda me”»! (Is 6,8).
Talvolta invece diciamo come Geremia: “Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane” (Ger 1,6). Ma la risposta pronta del Signore è luce per la nostra vita: “Non dire: Sono giovane, ma va’ da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò” (Ger 1,7). Ai giovani esorto di darsi il tempo per mettersi in dialogo personale con il Signore Gesù e di coltivare il loro rapporto per trovare audacia e coraggio nelle scelte della loro vita. E a tutti, di tutte le età, riaffermo che solo nell’alimentare il nostro rapporto con il Signore la nostra vita trova sapore, senso, luce.
Siamo nella società liquida in cui tutto perde consistenza e stabilità. La fede in Cristo invece ci dona la gioia di lasciarci conformare a Cristo, come di un qualcosa di stabile che ci fa guardare al futuro con speranza perché, pur vulnerabili, sappiamo di poter contare sulla fedeltà di Dio. I giovani hanno bisogno di adulti e anziani che sanno mostrare i criteri e i riferimenti che hanno trovato: e per noi cristiani anzitutto c’è il riferimento a Gesù, la sua Parola, l’Eucarestia, la Chiesa… e la fedeltà alla nostra coscienza retta, illuminata dallo Spirito, che cerca la verità e il bene, che sa riconoscere quanto Cristo è già all’opera nelle vene della storia.
Se li aiutiamo a connettersi a Cristo… troveranno la direzione in cui spendersi con amore.
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Capitolo III
Prendi il largo e gettate le reti (Lc 5,4)
La missione è immensa. Come quella dei primi Apostoli. Loro non si sono scoraggiati e neanche noi vogliamo lasciarci prendere dallo sconforto e dal senso di inadeguatezza.
Nell’ordinario avviene lo straordinario dell’incontro con Gesù. Non ci sono condizioni perfette: si è stanchi e insoddisfatti per il lavoro, ciascuno ha i suoi rimpianti. Però la sua Parola apre orizzonti, Gesù sale sulla nostra barca, il luogo non solo del lavoro ma anche della propria inutile fatica. Il luogo dove si è appena sperimentato il proprio limite diventa la cattedra da cui Gesù attrae. In un gioco di grammatica Egli si rivolge al singolo per poi rilanciare al plurale. Gesù parla a Simone: “Prendi il largo”. Ma poi ci coinvolge tutti: “Gettate le reti”.
C’è la responsabilità di ciascuno, ma ci scopriamo dentro un noi, una compagnia che ci consente di poter contare gli uni sugli altri. La sequela e la mia personale risposta porta sempre entrambi i tratti: io chiamato a fare la mia scelta, per poi ritrovarmi in un popolo, in una Chiesa, in un Corpo mistico.
La Chiesa sinodale e missionaria è una Chiesa che è fatta di persone con le loro fragilità, ma che percepiscono di poter contare le une sulle altre per una missione grande. Dio ce la affida. “Sulla tua Parola getterò le reti”: io scelgo di rispondere al Gesù che mi parla, ma la premessa è l’aver colto il fascino di Gesù, quello che consente a Simone di inginocchiarsi di fronte a Gesù e di venir rialzato ogni volta che cade per i suoi limiti e la sua mancanza di fede. Il rapporto con Gesù, la profondità della sua Parola, l’aver sperimentato la sua prossimità, la differenza tra Lui e noi… è ciò che ci consente di rialzarci ogni volta. Di assumerci la responsabilità della missione, quella che compete a ciascuno. Per il Battesimo e per la Grazia dei sacramenti che ci rendono originali nelle nostre vocazioni, non fotocopie[4].
Il Vangelo che siamo chiamati a vivere è connesso con il custodire questa “magnifica umanità” che si riflette sul volto di Cristo e che ci porta anche in questa fase storica ad essere audaci. Il cambiamento d’epoca innescato dall’intelligenza artificiale – con le sue opportunità e con i timori che la accompagnano – ci chiede di saper vivere i nostri limiti e in essi di saper rigenerare per grazia di Dio il suo disegno d’amore. E così anche attraverso questa nostra umana fragilità, siamo chiamati al coraggio di imbastire comunità vere, relazioni solide, tempi e spazi di incontro, pronti a cogliere l’opportunità che anche i casi fortuiti della vita ci offrono per saper annunciare la Parola. In ogni occasione, favorevole e sfavorevole, opportuna e non opportuna.
Dentro le nostre famiglie, scuole, comunità, ambienti di lavoro; dentro la concretezza, la contingenza, il limite di questi ambienti ci è dato per poterci aprire a ciò che ci fa umani: compassione, inquietudine, empatia, solidarietà, ascolto, generosità, fedeltà, tenerezza, coraggio, resilienza, speranza, spiritualità, giustizia, politica, vocazione, progettualità, desideri… Nulla è scontato: rimane sempre la tentazione di credere alle favole menzognere che la gioia la si trovi nell’egoismo, in un successo effimero che un po’ alla volta porta a slittare nell’indifferenza, nell’avarizia, nel tradimento… Ci sono pagine dell’enciclica Magnifica humanitas di papa Leone XIV che tutti devono meditare (ad esempio i n. 118-119).
Di fronte alle sfide odierne ci sembra di essere inadeguati. Il Signore vede le nostre perplessità, i nostri dubbi. E ci chiede: “Volete andarvene anche voi?”. Ma con Simon Pietro ripetiamo: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68).
Possiamo lasciarci andare all’amarezza della confusione, dell’essere naufraghi dentro questo tempo di contraddizioni (ma quando mai la storia non è stata un guazzabuglio di incoerenze?) oppure accogliere la sfida di costruire la città nuova, secondo il disegno di Dio. La letizia di essere servitori gioiosi di un’opera che è di Dio, e non semplicemente nostra.
Siamo in una Babele che spesso confonde anche i credenti. L’enciclica Magnifica humanitas è un’ulteriore tappa attraverso la quale la dottrina sociale della Chiesa ci indica principi, prospettive e orientamenti per interpretare al meglio la nostra vocazione in questo tempo.
Chiedo a tutte le parrocchie e associazioni e movimenti di moltiplicare le occasioni in cui – anche a gruppetti – riprendere e approfondire l’enciclica di papa Leone XIV. Anche la Diocesi offrirà opportunità per saper abitare questo cambio d’epoca con la luce dello Spirito, sorretti dalla parola del Papa e della Chiesa. È un invito alla responsabilità e alla vigilanza, coinvolgendo nel dialogo le forze sane della nostra società, evitando che pochi soggetti privati monopolizzino il mondo plagiando le coscienze. Abbiamo bisogno di autentica spiritualità; di restare fedeli alla verità di ciò che è l’umano rintracciato anche nell’ascolto e nella prossimità con chi è povero e sofferente; di investire nell’educazione, nelle relazioni, e poi nella giustizia e nella pace (cfr. MH 236-240)!
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Capitolo IV
Le loro reti quasi si rompevano (cf Lc 5,6)
Sulla parola del Signore facciamo della nostra Chiesa un cantiere aperto. Tante attività. Ma la prima è restare in assiduo ascolto di Lui! Tante esperienze. Agende piene. Calendari zeppi. Talvolta, però, abbiamo l’impressione che nonostante la fatica, le enormi energie profuse, stiamo combinando ben poco.
Anche ciò che ci è più caro, come la celebrazione eucaristica e la catechesi, sono spesso disertate, come se nel cuore di tante persone, di tutte le età, non ci fosse più bisogno di Dio. O per lo meno come se ciò che noi offriamo non risponda alle loro esigenze. Perché siamo convinti che tanti esprimono sete di Dio, di un Qualcuno che trascenda la banalità del male e della vita; anche molti giovani manifestano il bisogno di spiritualità… magari cercandola in internet o in forme emozionali e appaganti…
Talvolta il nostro impegno ecclesiale porta ancora ad intercettare persone e famiglie. Ma le reti delle relazioni, della comunità, della forma-zione sembrano rompersi. Come nell’episodio del Vangelo di Luca cerchiamo chi ci aiuti, la pesca si fa miracolosa, ma subito percepiamo la nostra inadeguatezza. Come Simon Pietro che si getta alle ginocchia di Gesù. Lo stupore talvolta porta ad esiti imprevedibili, anche di distanza, di paralisi.
Vorrei anzitutto incoraggiare a restare dentro la fedeltà alla missione che Dio ci affida: sulla tua Parola siamo chiamati a continuare ad essere moglie, marito, padre, madre, presbitero, religioso, religiosa, educatore, catechista, volontario Caritas, membro dell’associazione e movimento… a prescindere dai risultati. Ci mettiamo in discussione, ci verifichiamo, ci aiutiamo a cercare vie nuove di evangelizzazione ma con il cuore che si dispone a rimettere tutto in Dio. Umili e in ascolto dello Spirito. È la logica della Chiesa sinodale.
Sappiamo di doverci sempre convertire al mistero di Cristo Crocifisso, ma sappiamo anche che il mondo spesso ricerca sapienze umane e pro-ve scientifiche e finisce per chiudersi all’ascolto del Vangelo[5]. A noi, invece, è data la gioia di annunciare Lui: “annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!” (1Cor 9,16). “È piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione” (1Cor 1, 21). Un vescovo un po’ di anni fa sintetizzava; “Io non ho altro da dirvi, non ho altro da darvi che Cristo e Cristo crocifisso” (cfr 1Cor 2,2-3) (A. Ballestrero).
Continuamente lo Spirito ci ripete: “Non temere” (o “Non avere paura” o “non abbiate paura”). Si dice che questa affermazione ricorre nella Bibbia 365 volte (pur con varie sfumature nelle traduzioni) quasi a suggerire che se la chiamata di Dio è impegnativa, se la missione che abbiamo davanti ci pare sproporzionata, è Dio stesso che si impegna ad accompagnarci ogni giorno, a incoraggiarci ogni giorno.
Capitolo V
Non temere, d'ora in poi sarai pescatore di uomini (Lc 5,10)
L’espressione “pescatori di uomini” è molto originale e non avrà molta fortuna nella tradizione cristiana: a prendere il sopravvento sarà quella di essere “pastori”. Ma forse proprio per il fatto di essere incastonata in questo episodio ci riporta proprio a Gesù e a come Lui passa e ci chiama, anche con il bagaglio di quello che siamo, con pregi e limiti della nostra storia.
Cosa avranno capito i primi pescatori-apostoli? Certamente che dovevano lasciare tutto e seguire Gesù, conformarsi a Lui. La loro storia, però, non era annullata ma trasfigurata, risignificata. Si aprivano itinerari inesplorati, desideri che consentivano l’irragionevole (per il mondo) lasciare tutto e partire. Anche se la nostalgia della pesca, dell’essere su quella barca con Gesù, ogni tanto riaffiorava.
La missione presuppone questo legame con Gesù, questa esperienza di relazione stretta con Lui. La sua amicizia è la premessa per una vita riscattata da eccessive ansie e preoccupazioni che ieri come oggi avvelenano i giorni.
E questo non solo per Simon Pietro e Andrea, per Giacomo e Giovanni. Il passare di Gesù per la vita concreta delle persone non è una questione della storia passata, ma di questa nostra storia di oggi. “Svolgi il compito di evangelista/evangelizzatore” (2Tm 4,5).
Il Sinodo della Chiesa Italiana e la Lettera con cui i Vescovi invitano ad attuarlo manifestano che oggi ci troviamo in un tempo in cui il Vangelo non è più il normale riferimento della società civile. Il vivere quotidiano di gran parte delle persone (giovani e anziani) oggi si dipana tra progetti e desideri, paure e angosce senza che il Vangelo sia interpellato. Di fatto la trasmissione della fede oggi non è più un processo che si può dare per assodato, scontato.
La trasmissione della fede è la grande missione che per il Battesimo tutti ci coinvolge. Con la gioia anche di scoprire che lo Spirito Santo è già all’opera nel cuore di tanti fratelli e sorelle.
Appena prima che io arrivassi a Trieste, nel 2023, papa Francesco aveva ancora una volta ripreso il tema dell’annuncio, dell’evangelizzazione, già sviluppato in Evangelii gaudium. Questo è stato anche l’animo con cui sono giunto a Trieste. Riprendo alcune espressioni.
“…il nostro annuncio comincia oggi, lì dove viviamo. E non comincia cercando di convincere gli altri, convincere no: ma testimoniando ogni giorno la bellezza dell’Amore che ci ha guardati e ci ha rialzati e sarà questa bellezza, comunicare questa bellezza a convincere la gente, non comunicare noi, ma lo stesso Signore. Noi siamo quelli che annunciano il Signore, non annunciamo noi stessi, né annunciamo un partito politico, una ideologia, no: annunciamo Gesù. Bisogna mettere in contatto Gesù con la gente, senza convincerli, ma lasciare che il Signore convinca. Come infatti ci ha insegnato Papa Benedetto, ‘La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione’ ”[6].
“Il fatto che egli sia il Verbo, ossia la Parola, indica un aspetto essenziale di Gesù. Egli è sempre in relazione, in uscita, mai isolato, sempre in relazione, in uscita; la parola, infatti, esiste per essere trasmessa, comunicata. Così è Gesù, Parola eterna del Padre protesa a noi, comunicata a noi. Cristo non solo ha parole di vita, ma fa della sua vita una Parola, un messaggio: vive, cioè, sempre rivolto verso il Padre e verso di noi. Sempre guardando il Padre che Lo ha inviato e guardando noi a cui Lui è stato inviato”[7].
Paolo VI parlava di evangelizzazione, Giovanni Paolo II di nuova evangelizzazione, Benedetto XVI ci richiamava ad essere minoranza creativa e pertanto generativa, papa Francesco ad essere Chiesa in uscita, nella gioia del Vangelo. Papa Leone XIV è il papa già missionario in Perù: con la sua stessa esperienza ci ricorda che Gesù ci manda a testimoniare il Vangelo fino agli estremi confini della terra. Siamo evangelizzatori quando dal nostro cuore straripa la gioia per l’amicizia con Gesù: “La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia” (Evangelii gaudium 1).
Nella quaresima si tengano assemblee decanali in cui convergano tutti i Consigli pastorali parrocchiali, tutti i ministri ordinati, religiosi e religiose e catechisti ma anche altri operatori pastorali (liturgia, carità, famiglia…) o semplici fedeli per riflettere sul tema della trasmissione della fede oggi, mediante il metodo della “conversazione spirituale”. |
Capitolo VI
La trasmissione della fede e l'attuazione del Sinodo
“La fede viene trasmessa e cresce dove ci sono comunità vive e ospitali, capaci di pregare e di ascoltare; comunità nelle quali la Parola di Dio non resta ai margini, ma illumina le scelte, dove l’Eucaristia è davvero fonte e culmine, dove i poveri non sono destinatari esterni di un servi-zio, ma fratelli e sorelle nei quali il Signore ci parla; dove i giovani sono volti e voci e storie con cui dialogare; dove le famiglie non sono lasciate sole e le ferite non vengono nascoste, ma portate davanti al Signore con umiltà; dove la fede diventa impegno effettivo nella società, nella politica, nella cultura”[8].
Di fronte alle sfide possiamo scoraggiarci. Oppure possiamo avere l’ardire di offrirci con determinazione, mettendoci in un autentico spirito di servizio e di testimonianza per comunità cristiane rigenerate nello Spirito. Con l’intera nostra vita, anche se con vocazioni diverse. Le prove possono farci perdere la fede e omologarci al mondo oppure possono motivarci ad essere più decisi e più radicati in Cristo. In ogni epoca c’è stato chi si è vergognato di Cristo e chi lo ha seguito. Sta a noi prendere esempio dai santi, cioè da chi ha vissuto la pienezza della vita e che guardiamo ancora con ammirazione, come concretizzazione del Vangelo nello scorrere della storia[9].
Questa la missione che ci è data: trasmettere la fede nel Dio-Amore da persona a persona (EN 46) e non per iniziative mirabolanti. Una fede viva e gioiosa anche se umile, una fede che dà senso e gusto e stabilità alla vita perché connette a Cristo. Una fede che sconfigge le solitudini e rianima le relazioni intrise di diffidenza perché spalanca allo Spirito. Una fede che rigenera le nostre comunità attorno alla Parola di Dio e all’Eucarestia. Una fede che sa far crescere la comunione e la solidarietà, guardando a Gesù, e dunque con una speciale attenzione a chi soffre e fatica, a chi è povero e vulnerabile. Una fede che sa ridirsi in modi nuovi, per farsi comprendere anche alle persone di questo nostro tempo. Da persona a persona, cioè nelle relazioni personali di cui è piena la nostra vita[10].
Tutte le circostanze della vita sono adatte per vivere la fede e per testimoniarla. E, quando occorre, per professarla anche con le parole, rendendo ragione della speranza che è in noi. Con dolcezza e rispetto, come chiede San Pietro (cfr. 1Pt 3,15-16). Tutte le circostanze! Cioè la vita concreta: quella in casa e quella con i vicini; quando si è al lavoro e quando si è a scuola, quando c’è la salute e quando c’è la malattia. Nelle circostanze favorevoli e in quelle in cui siamo messi alla prova e ci sentiamo incompresi o dileggiati. La vita concreta è il campo in cui seminare testimonianza dell’amore di Cristo, far luccicare la Sua carità.
I ragazzi, i giovani hanno bisogno di questi adulti. Ma in particolare i giovani sono chiamati ad essere i primi gioiosi testimoni dell’amore di Gesù: non che ci si riesca sempre, non che non si abbiano dubbi… ma è bello schierarsi tra quelli che ci provano, che si ripromettono di ascoltarlo!
Il punto di partenza, lo ripeto, è il nostro legame personale con Gesù: solo se ci rimotiviamo in questa relazione diventeremo preti e laici, giovani e adulti, ragazzi e anziani che profumano di Vangelo vissuto, e non di moralismi o di dottrine che appaiono distanti dalla vita.
Il cammino sinodale ora deve diventare stile permanente (papa Leone XIV). “Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato che a Dio è piaciuto santificare e salvare gli uomini non separatamente e senza alcun legame fra loro, ma costituendoli in un popolo che lo riconoscesse nella verità e lo servisse nella santità (cfr Cost. dogm. Lumen gentium, 9). Chiesa sinodale è quella in cui ciascuno, secondo la propria vocazione, può offrire il dono ricevuto dallo Spirito per l’edificazione comune. La partecipazione, dunque, non è una concessione: è un’esigenza della comunione e della missione e, perciò, deve diventare metodo, responsabilità, verifica, nel coinvolgimento dei diversi carismi e ministeri e nel rispetto del compito proprio del Vescovo”[11].
Papa Leone XIV ci ha anche illuminato sul fatto che la sinodalità non è la questione di chi ha il potere di decidere ma di come custodire il dono di Dio che ci è stato affidato. “La sinodalità non è un insieme di riunioni, né un metodo di lavoro. È uno stile spirituale. Nasce dall’incontro, cresce nell’ascolto e matura nel discernimento. La vera domanda non è quante conversazioni sapremo organizzare, ma quale qualità evangelica avranno i nostri incontri. Quando ci ascoltiamo con umiltà e libertà, lasciando spazio allo Spirito, le nostre conversazioni non rimangono uno scambio di idee, ma diventano un luogo di con-versione, nel quale cresciamo insieme nella fedeltà al Signore”[12].
Attuare il Sinodo significa avere giovani e adulti che rimettono il Vangelo al centro dei loro pensieri e dei loro cuori; che coltivano l’amicizia con Gesù dentro il quotidiano delle loro esistenze.
Attuare il Sinodo non è semplicemente eseguire le prescrizioni e gli orientamenti come fossero i compiti a casa che l’insegnante ha assegnato e che sono da svolgere.
Attuare il Sinodo non è il dovere che gli Uffici di Curia hanno in esclusiva e sulla testa delle nostre comunità.
Attuare il Sinodo non è la pretesa che gli altri facciano quello che io mi impunto a chiedere, o pretendere di far valere la voce di chi grida di più, o magari immaginare che la verità stia nel compattare uno schieramento di maggioranza.
Attuare il Sinodo è un processo che parte dalla preghiera, cioè dalla lode a Dio e dalla supplica perché sempre le nostre menti e i nostri cuori restino in ascolto di Lui. Ma subito diventa un processo di reciproco ascolto, di chi sta attento a quanto lo Spirito sta suggerendo nel-la vita delle nostre comunità e della nostra città e del mondo, attraverso la testimonianza di tutti coloro che si lasciano costruire e radicare in Cristo, ma anche di tanti fratelli e sorelle feriti dalla vita.
Attuare il Sinodo è un discernimento che nella fedeltà alla Scrittura ci chiede conversione e umiltà, pazienza e saggezza. Ma poi anche la responsabilità di decidere, di rispondere a Dio con una coscienza che sa di nuovo mettersi di fronte a Lui. Ascolto, progettazione, decisione, verifica… tutto deve profumare di Vangelo e non ridursi a tecnica manageriale. Siamo Chiesa in preghiera e in ascolto dello Spirito e con il desiderio di camminare nello Spirito. La strada è quella di valorizzare carismi e competenze e la corresponsabilità passa attraverso organismi di partecipazione reali, non nominali (Magnifica humanitas 87).
Se attuare il Sinodo è impegno dell’intera nostra Chiesa e non solo di alcuni, ciò significa che ciascuno è chiamato a domandarsi come sta contribuendo. Anzitutto con la pro-pria formazione e partecipazione, con la propria preghiera e la propria generosa testimonianza.
Tuttavia, occorrono alcune determinazioni concrete.
In ogni parrocchia siano rilanciati secondo le prospettive sinodali il Consiglio Pastorale Parrocchiale e il Consiglio Affari Economici. Tali organismi sono obbligatori in ogni parrocchia (con specifiche applicazioni per le unità pastorali) come “luoghi nei quali il discernimento delle comunità può prendere corpo” (Leone XIV). Su questo tema lavoreremo nel corso dell’anno pastorale.
Il Consiglio Pastorale Diocesano assorbe l’équipe sinodale diocesana (il gruppo di persone che era incaricato di organizzare i lavori sinodali) e diventa l’organo permanente di riferimento per l’attuazione del Sinodo.
Periodicamente durante l’anno si sperimenti una convocazione congiunta dell’équipe sinodale e del consiglio episcopale.
Ogni Ufficio pastorale e Amministrativo della nostra Chiesa diocesana – supportato dalla propria Commissione – è chiamato a verificare quali passi intraprendere per rispondere alle indicazioni che il Cammino Sinodale e il Documento di sintesi “Lievito di pace e di speranza” ci hanno offerto. Si tratta di un processo che richiederà anni. L’importante è avviarci insieme e con saggezza.
Anche l’attuazione del Sinodo deve essere sinodale, cioè vederci insieme in un atteggiamento umile di ascolto e di discernimento per poi arrivare alle decisioni e ciò a maggior ragione quando alcune sfide sono maggiormente impegnative. Il Vicario Episcopale per il coordinamento della pastorale è a disposizione per supportare il cammino di ciascuno. |
Capitolo VII
L'iniziazione alla vita cristiana
In questi mesi di ascolto, verifica, consultazione, da più parti è tornata la segnalazione delle difficoltà che le comunità incontrano riguardo all’iniziazione cristiana. Sempre più ci si rende conto che bambini e ragazzi, ma talvolta anche giovani e adulti, non vanno solo preparati ai sacramenti, ma accompagnati nella bellezza della vita cristiana e di appartenenza alla comunità. Così anche il Papa ha impostato il cammino che ci aspetta:
“Ecco, dunque, la rinnovata attenzione all’iniziazione cristiana, che non può essere pensata solo come preparazione ai Sacramenti. Essa è il “grembo” in cui una comunità genera alla fede e introduce nella vita pasquale, nella comunione con il Signore, nella fraternità ecclesiale. Si tratta di riscoprire il Battesimo come realtà viva ed esistenziale; e ‘non è possibile comprendere pienamente il Battesimo se non all’interno dell’Iniziazione Cristiana, ossia dell’itinerario attraverso cui il Signore, mediante il ministero della Chiesa e il dono dello Spirito, ci introduce nella fede pasquale e ci inserisce nella comunione trinitaria ed ecclesiale’ (Documento finale della XVI Assemblea del Sinodo dei Vescovi, 24). È una sottolineatura molto importante, questa della più recente Assemblea del Sinodo dei Vescovi, perché colloca il cammino che si apre con il Battesimo all’interno di una Chiesa che crede, celebra, accompagna, genera. Una Chiesa che, mentre gioisce stupita di fronte ai catecumeni giovani e adulti, è poi capace di sostenere la loro perseveranza dopo lo slancio iniziale”[13].
Su questo tema lavoreremo durante l’anno, ricchi anche del cammino già compiuto ma anche consapevoli che non tutto dipende da noi e che quanto compete alle nostre comunità cristiane lo vogliamo responsabilmente vivere assieme.
Qui riassumo alcuni orientamenti chiari che la nostra Chiesa in questi anni si è data e che sono punto di riferimento per tutta la Diocesi e punto di partenza per ulteriore discernimento.
Si è interrotto l’anello di trasmissione della fede. Questo vale per le famiglie e le comunità di lingua italiana come per quelle di lingua slovena. Le analisi sono impietose: adolescenti e giovani sono sempre più scettici e lontani dalle nostre liturgie e dalla comunità cristiana. Sono temi sui quali dobbiamo interrogarci. Essi evidenziano una domanda di senso, una ricerca che però spesso non ci trova interlocutori attendibili[14]. La visita alle varie parrocchie dello scorso anno pastorale evidenzia catechisti e comunità davvero appassionati. Nello stesso tempo abbiamo ancora una eterogeneità che talvolta esprime cammini da accompagnare meglio, sia con i ragazzi che con gli adulti. Proviamo ancora una volta a elencare i capi-saldi.
- L’iniziazione cristiana introduce alla vita cristiana e i sacramenti sono al servizio del vivere la fede con gioia e impegno, e pertanto non sono traguardi finali della catechesi. L’iniziazione cristiana coinvolge ancora molti bambini e ragazzi, anche se constatiamo che tante famiglie scelgono di non dare un’educazione cristiana e nemmeno di battezzare i figli. I genitori siano sempre più coinvolti e attivati, anche nella riscoperta della loro fede, di un Dio che tramite i figli li sorprende con il suo amore infinito.
- L’intera comunità (compresi i cammini associativi) è coinvolta nell’Iniziazione cristiana. I catechisti devono poter contare sull’intera comunità (e dunque anche sulla testimonianza variegata di giovani e di membri di associazioni e movimenti) e trovare aiuto e sostegno per introdurre ragazzi e adulti nell’esperienza concreta della fede, nella convivialità delle sue espressioni, nella gioia di essere comunità.
- Non esistono catechisti perfetti ma catechisti con una fede viva che sanno quanto è prezioso alimentare la propria fede e la propria formazione. L’Istituto Superiore di Scienze Religiose Santi Ermacora e Fortunato – polo FAD di Trieste e la Scuola di Teologia per tutti sono a disposizione di coloro che vogliono approfondire i contenuti della nostra fede. Un’ulteriore specifica formazione continuerà ad essere proposta per i catechisti.
- Sempre più ci sono Catecumeni adulti. Da noi sono numeri ridotti: sarebbe bello se si riuscisse ad individuare una coppia
/ una famiglia che si prendano cura di accompagnare il cammino di fede degli adulti, anche avvalendosi delle esperienze associative e di movimento attive nelle comunità. Se una parrocchia è in difficoltà, questo è un ambito privilegiato per il lavoro comune in Decanato. È bene che fin dall’inizio il percorso sia concordato con il Servizio per il Catecumenato che fornirà le indicazioni necessarie. Non possiamo permetterci di accompagnare gli adulti che chiedono il Battesimo in modo sbrigativo e senza introdurli concretamente nella comunità (con la preziosità del tempo della mistagogia).
- Molti adulti chiedono la Cresima: la loro richiesta ha dietro motivazioni molto diverse. Se la accogliamo con gioia, cerchiamo però di farla maturare in un nuovo sguardo sulla fede che comporta la comprensione del valore dell’Eucarestia e dell’inserimento nella vita della comunità.
Evitiamo preparazioni superficiali ma anche rigidismi che sanno di ricatto. Ci sia la gioia del leggere insieme brani di Vangelo, di scoprire il valore dei sacramenti, di percepire la bellezza di relazioni autentiche in una Chiesa che sa accogliere e accompagnare anche a riscoprire la preghiera personale. Gli adulti possono ricevere la Cresima sia nelle celebrazioni che già si programmano nelle parrocchie come anche nelle apposite celebrazioni diocesane.
- Ai genitori che chiedono il battesimo dei figli si proponga una catechesi battesimale kerigmatica: si può anche variare nella singolarità delle situazioni (un conto è se si tratta del primo figlio, un conto se è il terzo, il quarto…) introducendo ad esempio momenti di preghiera vissuti con loro in famiglia. Ci si accosti con delicatezza alla gioia e trepidazione (e talvolta stanchezza) per la nascita del figlio e si accompagni la loro fede a scoprire, in un nuovo annuncio, quanto sono amati da Dio e come Dio passa attraverso di loro per giungere ai figli (e viceversa). Con la fiducia nella presenza dello Spirito Santo nella loro famiglia. Ci si faccia aiutare anche da religiosi e religiose e da laici: è bene che tale percorso non si riduca alla sola preparazione del rito ma che ci siano più incontri.
- La catechesi ai bambini sia continuativa e non ci siano interruzioni equivoche (anni in cui si salta la proposta della catechesi tra prima comunione e cresima). Dove è possibile si cominci a proporre l’accompagnamento dei bambini fin dalla prima elementare, evitando che il gruppo assuma le sembianze scolastiche. Qualche punto fermo da rilanciare:
- Sia catechesi esperienziale, in cui anche la liturgia e la carità sono fin dall’inizio intrecciate.
- Si privilegino gruppi non troppo grandi e si tenga conto di come oggi bambini e ragazzi hanno bisogno di essere sempre più aiutati a restare concentrati. Magari coinvolgendo adolescenti o / e genitori è meglio che il catechista sia sempre affiancato da qualcuno (se non si riesce ad avere una coppia di catechisti su ogni gruppo).
- Il più possibile si cerchi di offrire percorsi di formazione anche per i genitori, con una varietà di proposte metodologiche (attivazione del gruppo, incontro frontale, lettura di un testo biblico e condivisione…) e nella ricchezza dei temi che spaziano dalla loro vita di fede, alla vita di famiglia, all’educazione, ai singoli sacramenti. Anche sull’accompagnamento dei genitori può essere utile valorizzare i carismi presenti nella comunità e dunque l’esperienza e la testimonianza di diverse persone. Non tanto nella qualità di esperti, ma di testimoni che fanno pensare, che aiutano ad intravvedere orizzonti sensati, pieni di vita vera, concreti anche se impegnativi.
- Il post-cresima è una proposta che deve esserci in ogni parrocchia. Anche con i genitori si cerchi di concordare la necessità di ulteriori cammini di accompagnamento per i figli, che spesso rischiano di divenire ostaggi di una cultura che non li aiuta a maturare. Sono molteplici e contraddittori i segnali di ragazzi ansiosi, soli, aggressivi, apatici con le tante varianti di fragilità che richiedono alleanze educative. Per questo è importante che ogni parrocchia offra un percorso di approfondimento della fede, un percorso in un gruppo concreto e con giovani-adulti catechisti che fanno uscire dal ripiegamento nel mondo digitale e virtuale.
L’Ufficio catechistico diocesano e il Servizio per il catecumenato sono sempre pronti ad accompagnare non solo la varietà di situazioni complesse che si presentano ma anche l’ordinario di un cammino che spesso ci vede un po’ affaticati. Per questo restano a disposizione dei presbiteri e dei catechisti e con il loro aiuto predispongono la formazione diocesana e valorizzano le proposte del Triveneto.
Ogni parrocchia abbia cura delle famiglie e investa maggiori energie nell’accompagnare le coppie nella loro crescita nella fede e nell’amore, e anche nelle loro responsabilità educative. I genitori che chiedono i sacramenti per i loro figli siano accompagnati con cura a scoprire la bellezza della vita della comunità cristiana.
La preparazione dei fidanzati al sacramento del matrimonio esige maggiore collaborazione tra le parrocchie del decanato. Siano autentici cammini di fede che facciano riscoprire la bellezza della vita cristiana, sorretti dallo Spirito. Si cerchi anche di favorire la nascita di gruppi di giovani coppie che sostengano i primi anni di matrimonio.
Ogni decanato promuova un incontro con presbiteri e catechisti per confrontarsi sulle varie proposte di post-cresima che si stanno offrendo e su come rilanciarle. |
Capitolo VIII
"Andate in tutto il mondo" (Mc 16,15)
C’è una missione che ci fa venire le vertigini. Siamo consapevoli delle nostre poche forze, ma anche della promessa di Gesù, del dono del suo Spirito. Ci aveva preparati: “Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla…” (Gv 15,5).
Camminiamo nel mondo, ma non da soli: stretti al Signore, illuminati dallo Spirito, sperimentando la fraternità che è la Chiesa.
Restano aperte tante sfide, sulle quali siamo chiamati a vivere il Vangelo, a riaccendere speranza e prossimità vera. Se veniamo al mondo fragili e vulnerabili, qualcuno si è preso cura di noi, da subito. I nostri genitori ma anche la Chiesa e addirittura alcune istituzioni (pensiamo alla scuola) sono il segno che fin da subito siamo stati i destinatari della premurosa cura di Dio che ci ha consentito di vivere e crescere. Ora però è il tempo del nostro libero prenderci cura dei fratelli fragili e vulnerabili (e tramite loro lo Spirito ci insegnerà tante cose), del mondo acciaccato e pieno di problemi, che spaziano dalle guerre alle spaventose iniquità che abbrutiscono i popoli, alla casa comune (la terra) sempre più sofferente.
Come singoli, come comunità, come Chiesa sappiamo di doverci spendere in tante direzioni. Se come Chiesa intraprendiamo tante iniziative, spetta a ciascuno, specialmente ai laici, immettersi sulle strade della vita ed essere la luce del mondo, inscrivervi la sapienza, il sale del Vangelo.
Ci appassionano le nostre famiglie. Le vogliamo accompagnare nel loro essere segno dell’amore di Dio, nelle mutevoli stagioni di speranza e di affaticamento, nel loro vertiginoso compito di trasmettere la fede ai figli. Alleati nel cercare come – nell’oggi delle nostre scelte e degli stili di vita familiari – il vivere il Vangelo riscatta dalle scorciatoie illusorie per ricucire le divisioni, per seminare speranza anche dove ci sono limiti e fragilità, per essere segni di un amore che vince, sempre. Vogliamo moltiplicare i segni di vicinanza alle coppie anziane e a quelle giovani, a chi è vedovo e vedova, e a chi è nel turbinio della propria vita di coppia. Vogliamo offrire ascolto e discernimento anche per chi vive la separazione e il divorzio e nuove unioni. Tutti dentro un vivo cammino di fede.
Accompagniamo con simpatia la crescita dei ragazzi e dei giovani e vogliamo aprirli alla bellezza della vita e del prendersi cura gli uni degli altri. Ragazzi e giovani protagonisti della loro vita, anche cristiana. Come San Carlo Acutis e San Piergiorgio Frassati, come la Beata Chiara Luce Badano e la Beata Sandra Sabattini. Ci impegniamo a proporre ancora percorsi in cui le grandi domande della vita non siano eluse, in cui sperimentare spazi di gratuità e di servizio in cui far fiorire la propria umanità, in cui l’amicizia e l’ascolto di Gesù danno più gusto alla vita.
Siamo compagni sulle strade di tante persone povere, sole e anziane; innumerevoli sono i disabili e malati, i profughi e coloro che si sentono falliti e depressi che ci chiedono di essere visti. Amarci come il Signore ci ha amato è l’obiettivo di ogni credente. Siamo chiamati a testimoniare che c’è più gioia nell’affiancarci a chi fatica ed è solo, che nel ripiegamento egoistico nei consumi di massa. Tutti siamo interpellati a scegliere stili di vita in cui la nostra magnifica umanità è preservata dalle derive efficientiste e dalle vecchie e nuove dipendenze (dall’alcol e sostanze a quelle digitali) che ci privano di relazioni salde, solidali, affidabili, serene per quanto umane e imperfette. Chiamati ad abitare anche le istituzioni perché ascoltino le sofferenze di chi soffre. Non rassegniamoci alle scorciatoie del suicidio assistito – che è una sconfitta per l’intera città – ma investiamo nelle cure palliative, nella vicinanza con chi è malato grave. Tutti compromessi nel portare gli uni i pesi degli altri (cfr. Gal 6,2).
Siamo in una città di tante confessioni religiose e di tanti migranti. C’è chi soffia sulla paura dell’altro e sul clima di sospetto e di insicurezza. Ci impegniamo a costruire nella legalità ponti tra le persone e le culture. A costruire spazi di dialogo e di confronto dove la nostra identità cristiana non è annacquata ma è la grande risorsa che vogliamo offrire a tutti: una convivenza in cui a regnare è l’amore come Cristo ce lo ha insegnato.
Facciamo di ogni famiglia e di ogni parrocchia una casa e scuola di dialogo e di pace. Ciascuno sia protagonista lì dove è, fantasioso nel moltiplicare le opportunità per espandere ovunque la costruzione di una città solidale e di pace e senza dimenticare il dramma di tanti po-veri e di tanti popoli oppressi dalle guerre. Iniziative che saranno espressione della nostra Chiesa: “Scuola e casa di pace – Diocesi di Trieste”. “Certo, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà: c’è chi governa, chi decide investimenti, chi guida istituzioni, chi fa ricerca, chi educa, chi informa, chi produce; e c’è chi sembra avere soltanto la propria vita quotidiana. Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)”[15].
La vitalità della nostra Chiesa con tutte le sue articolazioni porta a tanti appuntamenti e iniziative. Per meglio coordinarle si tenga conto del calendario diocesano e si faccia riferimento al Vicario Episcopale per il coordinamento della Pastorale.
Associazioni, movimenti, parrocchie che aderiscono a questa richiesta del Papa di diventare casa e scuola di dialogo e di pace segnalino le iniziative che propongono al Delegato della Cultura per acquisire il patrocinio della “Scuola e casa di pace – Diocesi di Trieste” come segno di comunione ma anche di rispetto delle varie soggettività ecclesiali (e dunque del principio di sussidiarietà). L’Ufficio Comunicazioni sociali della Diocesi sia messo nelle condizioni di poter diffondere le iniziative nei tempi adeguati. |
Capitolo IX
Dal parteggiare al partecipare: il bene della città
La fede ci spinge a prenderci cura della nostra città, anche nell’impegno sociale e politico. È importante contribuire con uno sguardo lungimirante che sappia costruire il bene di tutti, tenendo conto sia delle grandi opportunità del nostro territorio, sia delle sue fragilità. Da una parte la vocazione ad essere città di incontro tra culture diverse e dunque laboratorio di pace; ma anche le grandi speranze riposte nel nostro Porto, nella nostra Università e nei numerosi Centri di Ricerca, nelle grandi imprese e società che fanno la storia di Trieste, nella risorsa della cultura e del turismo. Dall’altra l’inverno demografico, la solitudine degli anziani e dei malati, la sfida di una maggiore attrattività per giovani e famiglie giovani, della cura delle persone fragili e con storie di sofferenze (pensiamo ai malati psichici e ai migranti).
Resta l’eco delle parole di papa Francesco qui a Trieste, quando in piazza Unità d’Italia ci ha richiamato a riconoscere il Dio presente: “Dio si nasconde negli angoli scuri della vita della nostra città”.
“L’infinito di Dio si cela nella miseria umana, il Signore si agita e si rende presente, e si rende una presenza amica proprio nella carne ferita degli ultimi, dei dimenticati, degli scartati. Lì si manifesta il Signore. E noi, che talvolta ci scandalizziamo inutilmente di tante piccole cose, faremmo bene invece a chiederci: perché dinanzi al male che dilaga, alla vita che viene umiliata, alle problematiche del lavoro, alle sofferenze dei migranti, non ci scandalizziamo? Perché restiamo apatici e indifferenti alle ingiustizie del mondo? Perché non prendiamo a cuore la situazione dei carcerati, che anche da questa città di Trieste si leva come un grido di angoscia? Perché non contempliamo le miserie, il dolore, lo scarto di tanta gente nella città? Abbiamo paura, abbiamo paura di trovare Cristo, lì…
Da questa città di Trieste, affacciata sull’Europa, crocevia di popoli e culture, terra di frontiera, alimentiamo il sogno di una nuova civiltà fondata sulla pace e sulla fraternità; per favore, non scandalizziamoci di Gesù ma, al contrario, indigniamoci per tutte quelle situazioni in cui la vita viene abbruttita, ferita, uccisa; portiamo la profezia del Vangelo nella nostra carne, con le nostre scelte prima ancora che con le parole… E a questa Chiesa triestina vorrei dire: avanti! Avanti! Continuate a impegnarvi in prima linea per diffondere il Vangelo della speranza, specialmente verso coloro che arrivano dalla rotta balcanica e verso tutti coloro che, nel corpo o nello spirito, hanno bisogno di essere incoraggiati e consolati” (Francesco, Omelia, 7 luglio 2024).
Abbiamo bisogno di persone che animate dalla fede, illuminate dai principi della Dottrina sociale della Chiesa si impegnino per la nostra città, imparando dalla compassione di Cristo, anche accettando di non essere da tutti compresi. Se su diversi temi è inevitabile (ma anche arricchente) il pluralismo delle posizioni, quando è in gioco la dignità delle persone, la vita delle famiglie, la sofferenza dei malati e dei vulnerabili ai cristiani in politica è chiesto si andare oltre le facili polarizzazioni ideologiche. Al Centro Congressi papa Francesco aveva chiesto di passare “dal parteggiare al partecipare”, dal “fare tifo” al dialogare. Le sue indicazioni sono una traccia ancora valida: “tutti devono sentirsi parte di un progetto di comunità”, “l’indifferenza è il cancro della democrazia”, “la fraternità fa fiorire i rapporti sociali”, “appassioniamoci al bene comune”, “artigiani di democrazia e testimoni contagiosi di partecipazione”. Ritorniamo ancora ad ascoltare con attenzione le sue parole:
“Come cattolici, in questo orizzonte, non possiamo accontentarci di una fede marginale, o privata. Ciò significa non tanto di essere ascoltati, ma soprattutto avere il coraggio di fare proposte di giustizia e di pace nel dibattito pubblico. Abbiamo qualcosa da dire, ma non per difendere privilegi. No. Dobbiamo essere voce, voce che denuncia e che propone in una società spesso afona e dove troppi non hanno voce” (Francesco, Discorso in occasione della 50a Settimana sociale dei Cattolici in Italia, 7-07-2024).
Nel 2027 la Città di Trieste sarà impegnata nelle elezioni amministrative. Come Chiesa guardiamo con simpatia e gratitudine a coloro che si impegnano nell’ambito politico e amministrativo, nella sincera ricerca del bene comune e della giustizia. Tutti rimaniamo sempre disponibili all’ascolto, all’incontro e al confronto, contribuiamo a dare qualità umana e morale al dibattito sociale e politico, formandoci sugli orientamenti e prospettive della Dottrina sociale della Chiesa (fino alla Magnifica humanitas).
E ancora con le parole di papa Francesco diciamo: “Questo è il ruolo della Chiesa: coinvolgere nella speranza, perché senza di essa si amministra il presente ma non si costruisce il futuro. Senza speranza, saremmo amministratori, equilibristi del presente e non profeti e costruttori del futuro”. |
Capitolo X
Di nuove narrazioni ha bisogno l'umanità
Rifiutiamo le narrazioni ideologiche che portano all’inevitabile scontro, replicato ovunque: in famiglia, sul lavoro, nella Chiesa, nella società, in politica, tra i popoli. Non ne possiamo più di polarizzazioni aggressive e di persone che non sanno disporsi al dialogo e all’incontro, anche se questi necessitano pazienza, virtù molto rara (dal momento che la tecnica ci ha abituati all’immediatezza), ma richiesta perché le relazioni tra di noi siano autentiche, concrete, stabili.
Rifiutiamo il nuovo oppio dei popoli che crea dipendenza e soggioga giovani e anziani, uomini e donne. Vigiliamo su fiumi di alcool e di droghe, dipendenze da ludopatie e gioco d’azzardo con la complicità dello Stato, consumi di massa che annebbiano le intelligenze e spengono la volontà: fino a reprimere il desiderio di una umanità in cui la dignità di ciascuno sia difesa e custodita. Noi abbiamo da indicare la magnifica umanità che risplende sul volto di Cristo: “questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia”! (MH 233).
Rifiutiamo l’enfasi acritica dell’intelligenza artificiale, che rischia di favorire nuove forme di colonialismo in cui pochi pretendono di ingabbiare nei loro schemi le sorti dell’umanità, in nome dell’efficienza. Gli entusiasmi ingenui, ma anche le paure non sono buone consigliere: vigiliamo sui benefici diseguali che ne vengono; sui costi opachi esternalizzati e fatti pagare ai poveri; sul cambio antropologico per cui non si è più educati a decidere, ad avere una coscienza critica, al rischio e coraggio per desideri grandi che danno senso alla vita, fino a donarla.
Dice Santa Madre Teresa di Calcutta: “Sono come una piccola matita nelle Sue mani, nient’altro. È Lui che pensa. È Lui che scrive. La matita non ha nulla a che fare con tutto questo. La matita deve solo poter essere usata”.
Noi ci sappiamo dentro il disegno di amore di Dio. E guardiamo al futuro consapevoli delle nostre responsabilità, ma anche con la leggerezza dei santi. Essi sanno che occorre restare docili a Dio, in ascolto della sua Parola, coraggiosi nel fare la nostra parte, lievito in mezzo alla comunità. I santi ci insegnano a resistere a chi vuole trascinarci nello scontro e con i soliti strumenti del mondo, che portano all’enfatizzare le colpe degli altri, a irrigidirci sulle nostre posizioni, a rincorrere le prepotenze e aggressività, prima verbali per poi slittare nelle intolleranze e nelle menzogne. È come nelle guerre: si inizia a difendere i propri sacrosanti diritti e poi si spostano inevitabilmente le bandierine del campo di battaglia, e ci si macchia di ciò che all’inizio non si sarebbe mai stati disposti ad accettare.
“Noi guardiamo la storia alla luce del Crocifisso Risorto” (MH 210). Servono nuove narrazioni ispirate. Ispirate al Vangelo che apre a desideri nuovi, a una fraternità possibile, al coraggio dell’educazione, cominciando da noi stessi. Educarci alle virtù, cioè a disposizioni stabili nel bene che ci predispongono e facilitano a restare nel bene. Educarci a tutte le virtù: la prudenza che potenzia l’intelligenza; la giustizia che presidia la volontà; la fortezza e la temperanza che sorreggono i desideri senza prevaricare nella menzogna.
Educarci anche alla virtù della pazienza (che ha a che fare con la croce, con un patire pieno di senso, esuberante di carità), quella che si sposa con il perdono, con la mitezza, con l’amore, con la vita bella, con la nostra magnifica umanità. Come Cristo ci ha rivelato.
La Segreteria Generale del Sinodo – che è un organismo vaticano – ci chiede di fare entro la prima metà del 2027 un’Assem-blea di Valutazione della Chiesa locale offrendoci alcune indicazioni su come preparare e vivere tale incontro. Indicativamente potremmo pensarla nel mese di giugno 2027 e sarà preparata dall’équipe sinodale: diciamolo francamente (è un’osservazione ribadita anche nel Consiglio Pastorale diocesano e nel Consiglio Presbiterale riuniti insieme nel mese di maggio) il tema della verifica-valutazione è proprio quello che ci trova più mancanti.
L’idea è quella di fare memoria del percorso di questi anni – luci e ombre – di cammino sinodale, sia per rendere grazie al Signore sia per rinnovare la nostra disponibilità a lasciarci guidare dallo Spirito Santo. “Valutare è anzitutto un’esperienza di gratitudine e verità: significa ripercorrere il cammino compiuto, riconoscere i frutti maturati, le difficoltà incontrate e, con docilità all’azione dello Spirito, individuare i passi ulteriori ai quali il Signore chiama la comunità. Così la verifica contribuisce a plasmare una Chiesa sempre più capace di conversione. Se questo stile entrerà progressivamente nella vita ordinaria delle nostre Chiese, l’Assemblea avrà già prodotto uno dei suoi frutti più preziosi” |
Con Maria
Maria, stella dell’evangelizzazione ci guidi. A lei guardiamo e a lei ci rivolgiamo in preghiera[16].
Maria, stella dell’evangelizzazione
ti contempliamo a Nazaret,
docile alla Parola che ti ha fatta Madre dell’Altissimo:
da te impariamo a non resistere allo Spirito
perché anche in noi la Parola sia dimora feconda
e trabocchi dai nostri giorni il Vangelo che risana.
Maria, stella dell’evangelizzazione
ti contempliamo a Betlemme,
umile e povera accanto al Figlio di Dio umile e povero:
da te impariamo a restare accanto ad ogni vita fragile
perché sia custodita la nostra magnifica umanità
che sa abitare il limite con la grazia della tua tenerezza
con la compassione, il coraggio, la letizia di Betlemme.
Maria, stella dell’evangelizzazione
ti contempliamo a Cana
nelle esultanze appannate delle nostre coppie e famiglie:
da te impariamo l’attenzione agli altri
che ci muove all’ubbidienza “fate quello che Lui vi dirà”
perché la gioia sia piena e la vita fiorisca
nel vino nuovo che è il Cristo presente.
Maria, stella dell’evangelizzazione
ti contempliamo sul Calvario piegata dalla Croce:
da te impariamo a stare accanto ad ogni piagato
perché ogni persona umiliata e offesa
gusti la compagnia e l’affetto di te, Madre e Consolatrice.
Maria, stella dell’evangelizzazione
ti contempliamo nel Cenacolo con la Chiesa che vive:
da te impariamo il silenzio dell’ascolto
con fede salda, speranza viva, carità generosa
sfamati dal Pane del Cielo
che ci alimenta nel cammino della storia
per trafficare i frutti dello Spirito.
Amen.
Sulle strade del mondo, guardando a Maria, stella dell’evangelizzazione, rimane un qualcosa di assolutamente nostro. Assumerci la gioia del vivere il Vangelo e il rischio del trasmettere la fede, da persona a persona, in ogni circostanza. Sorretti dallo Spirito, audaci nello spendere la nostra vita.
+ Enrico, con voi fratello per voi vescovo
Trieste, 11 settembre 2026, memoria del beato don Francesco Bonifacio
Note