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Culto ecumenico cittadino


DIOCESI DI TRIESTE


Culto ecumenico cittadino


Archimandrita Athenagoras Fasiolo, Vescovo di Terme


Beata Vergine del Soccorso, 20 gennaio 2026



Carissimi fratelli e sorelle nel Signore,
in questi giorni santi, nei quali la Chiesa ci convoca alla preghiera perseverante per l’unità di tutti i cristiani, il nostro cuore si volge con timore e gratitudine al Mistero della comunione. L’unità della Chiesa non è opera dell’uomo né frutto di compromessi storici, ma Dono che viene dall’Alto, opera dello Spirito Santo, che raduna i dispersi, guarisce le ferite del tempo e conduce il Corpo di Cristo verso la pienezza della verità.
Il tema che accompagna la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani 2026, tratto dalla Lettera agli Efesini - «Un solo corpo e un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati» (Ef 4,4) - ci pone davanti al cuore stesso della fede apostolica. L’“unico corpo” di qui Paolo scrive non è anzitutto una realtà sociologica o istituzionale, ma una realtà misterica ed ecclesiologica: è il Corpo di Cristo che vive ed è nella Chiesa, animato dall’unico Spirito Santo. Secondo la visione Ortodossa, questa unità non è qualcosa da costruire ex novo, ma una unità già data da Dio, radicata nell’Incarnazione della seconda Persona della Trinità, nella Croce e nella Risurrezione di Cristo, e continuamente attualizzata nella vita della Chiesa.
Tuttavia, le divisioni storiche tra i cristiani hanno ferito la manifestazione visibile di questa unità, senza però annullarne la realtà profonda. La Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani diventa allora, per l’Ortodossia, non tanto un esercizio di compromesso dottrinale, quanto un tempo di metanoia, di ritorno all’autenticità della fede apostolica e alla comunione nello Spirito. Pregare per l’unità significa invocare l’azione dello Spirito Santo affinché illumini i cuori, guarisca le ferite della storia e conduca tutti alla verità nella carità.
L’“unica speranza” di cui parla Paolo è di natura escatologica: essa è la partecipazione alla vita del Regno di Dio. Questa speranza orienta il cammino ecumenico non verso una semplice armonia esterna, ma verso la piena comunione nella verità, che trova il suo compimento finale nel Regno di Dio. In questo senso, la preghiera per l’unità è già una testimonianza profetica del mondo nuovo che viene, nel quale Dio sarà “tutto in tutti”. San Giovanni Crisostomo, commentando la Lettera agli Efesini, osserva: «Paolo non dice: sforzatevi di creare l’unità, ma di custodirla; perché l’unità è già stata donata». Infine, l’“unica speranza” menzionata dall’Apostolo rimanda al compimento escatologico della comunione in Cristo. Come ricorda San Massimo il Confessore: «Dio opera sempre l’unità di ciò che è diviso, affinché tutto sia ricondotto in Cristo».
Così, alla luce della Teologia Ortodossa, il passo paolino richiama i cristiani a riconoscere che l’unità è dono dello Spirito, responsabilità ecclesiale e vocazione escatologica, da vivere nella preghiera, nell’umiltà e nella fedeltà a Cristo.
E tuttavia, le divisioni tra i cristiani hanno ferito la manifestazione visibile di questo Mistero dell’unità. Per questo la Chiesa non smette di pregare, non per rivendicare, ma per convertirsi; non per giustificarsi, ma per implorare misericordia e guarigione. Secondo la Tradizione Ortodossa, l’unità non è uniformità né fusione indistinta, ma sinfonia: comunione nella diversità, armonia di persone, carismi e tradizioni tenute insieme dall’unico Spirito Santo.
Come insegna san Basilio il Grande, l’unità della Chiesa nasce dall’opera dello Spirito Santo, principio e fonte di comunione. Nella sua opera Sullo Spirito Santo egli afferma: «Lo Spirito è principio di unità: Egli rende perfetti coloro che sono separati, li unisce a sé e li conduce alla comunione con Dio» (τὸ Πνεῦμα ἀρχὴ ἑνώσεως· τοὺς διεστῶτας τελειοῖ καὶ πρὸς ἑαυτὸ ἄγει καὶ πρὸς τὴν κοινωνίαν τοῦ Θεοῦ συνάπτει). L’unità ecclesiale non è dunque costruzione esteriore, ma partecipazione alla vita stessa di Dio, donata e custodita dallo Spirito.
Anche San Massimo il Confessore, contemplando il Mistero di Cristo come centro e compimento della storia, illumina ulteriormente questo cammino. Nei suoi Ambigua egli scrive: «In Cristo sono ricapitolate tutte le cose, e le differenze non sono distrutte, ma condotte all’unità secondo un’armonia divina» (ἐν Χριστῷ τὰ πάντα ἀνακεφαλαιοῦται· οὐκ ἀναιρουμένων τῶν διαφορῶν, ἀλλ’ εἰς θείαν ἁρμονίαν ἀγομένων). L’unità, secondo la visione dei Padri, non cancella la diversità, ma la trasfigura nella comunione, affinché tutto sia ricondotto a Cristo senza perdita della propria identità. L’unità, per i Padri, non è riduzione, ma pienezza.
Questa visione illumina anche la coscienza dolorosa della storia. Nel 1054, le scomuniche reciproche tra Roma e Costantinopoli segnarono una frattura profonda nella vita della Chiesa, lacerando la comunione tra Oriente e Occidente. Quelle parole di condanna, pronunciate in un contesto storico complesso, ferirono il tessuto spirituale del Corpo di Cristo e lasciarono una ferita che ha attraversato i secoli. Ma nessuno ha il potere o il diritto di scomunicare la Chiesa di Cristo. Quella frattura fi dettata principalmente dall’egoismo e dalle ambizioni umane. Ma lo Spirito Santo non ha abbandonato la Chiesa. Il 7 dicembre 1965, Papa Paolo VI e il Patriarca Ecumenico Atenagora, in un gesto profetico di pentimento e di riconciliazione, decisero di rimuovere dalla memoria della Chiesa le scomuniche del 1054, affidandole al giudizio di Dio e alla Sua misericordia. Quel gesto non ristabilì ancora la piena comunione, ma spezzò il linguaggio della condanna e inaugurò una nuova stagione di incontro, di dialogo e di preghiera. In continuità con questo cammino si colloca anche l’evento che la Provvidenza ci ha concesso di vivere il 2 dicembre 2025 a Venezia, quando, nella preghiera e nell’umiltà reciproca, è stata celebrata la memoria dell’annullamento delle scomuniche, alla presenza dell’Arcivescovo Ortodosso d’Italia, il Metropolita Polykarpos e dell’Arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana della Chiesa Cattolica, il Cardinal Matteo Zuppi. In quel gesto ecclesiale, la memoria non è stata cancellata, ma purificata; la storia non è stata negata, ma affidata alla guarigione dello Spirito.
Questo cammino di riconciliazione trova il suo fondamento nella memoria del Concilio di Nicea, di cui abbiamo celebrato il millesettecentesimo anniversario. A Nicea, i Padri conciliari, riuniti in sinodo, confessarono con una sola voce il Figlio unigenito, consustanziale al Padre, consegnando alla Chiesa il Simbolo della Fede che ancora oggi unisce Oriente e Occidente. Nicea ci ricorda che la verità è custodita nella comunione e che la comunione è autentica solo nella verità.
Come possiamo proclamare un solo Credo, se il Corpo di Cristo rimane diviso nella sua visibilità storica? Come possiamo confessare un solo Signore, se non impariamo nuovamente a riconoscerci come fratelli? Il ricordo di Nicea non è nostalgia del passato, ma chiamata profetica al presente e al futuro. E questo è il significato dell’incontro delle Chiese Cristiane tenutosi accanto ai resti della Basilica in cui si tenne il Concilio a Nicea, in cui i Capi delle Chiese, tra cui Papa Leone XIV e il Patriarca Bartiolomeo, hanno nuovamente professato assieme il Simbolo della Fede.
In questa Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, come membra dell’unico Corpo e partecipi dell’unico Spirito, siamo chiamati a rinnovare la nostra conversione per le divisioni, a purificare la memoria e a implorare il dono dell’unità come grazia escatologica, già operante nella storia. L’unità cresce nel silenzio della preghiera, nella fedeltà alla verità ricevuta, nella pazienza del dialogo e nel coraggio della carità. Affidiamo questo cammino di preghiera, di memoria e di speranza sotto la protezione della Santissima Trinità, fonte e compimento di ogni comunione. Chiediamo che lo Spirito Santo, principio di unità e vincolo di pace, continui a operare nei cuori dei fedeli, affinché le ferite della divisione siano guarite, le incomprensioni purificate e la carità resa più forte di ogni separazione.
La piena unità dei cristiani rimane dono escatologico, ma essa è già misteriosamente all’opera nella storia ogni volta che ci lasciamo guidare dall’umiltà, dalla verità e dall’amore. In questa speranza, la Chiesa persevera nella preghiera, certa che ciò che è umanamente impossibile è possibile a Dio, e che il Corpo di Cristo, pur ferito nella sua visibilità, non cessa di essere uno nel suo Mistero.
Con questa fiducia, rinnoviamo il nostro impegno a custodire l’unità che ci è stata donata, attendendo con pazienza e vigilanza il giorno in cui, secondo la promessa del Signore, tutti saranno radunati nell’unico Corpo, nell’unico Spirito, per la gloria del Padre.
A Lui siano onore e gloria nei secoli dei secoli.
Amen.

L'audio dell'intervento del Vescovo mons. Enrico Trevisi


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