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Santa Messa Crismale


DIOCESI DI TRIESTE


Santa Messa Crismale


✠ Enrico Trevisi


Cattedrale di San Giusto, 2 aprile 2026



Introduzione


Cari fratelli e sorelle, dragi bratje in sestre,
Cari fratelli presbiteri e diaconi, Dragi bratje duhovniki in diakoni,

Un caro saluto all’arcivescovo Mons. Giampaolo Crepaldi che abbiamo appena festeggiato nei suoi 25 anni di ordinazione episcopale.
La benedizione degli oli (degli infermi, dei catecumeni e il sacro crisma) ci dice della ricchezza dei doni di Dio per il suo popolo. Ma in questa liturgia ci ritroviamo insieme anche per ringraziare il Signore per il sacramento dell’Ordine che abbiamo ricevuto e per rinnovare le nostre promesse sacerdotali. Ed è bello festeggiare insieme coloro che quest’anno celebrano uno speciale anniversario:

10 anni di ordinazione: sac. Domenico De Filippi, sac. Davide Zanutti
25 anni di ordinazione: diac. Julo Cumani, e del sac. Ivica Šušnjara
50 anni di ordinazione: sac. Christian Crisanaz, sac. Giuliano Meloni, sac. Giorgio Petrarcheni
60 anni di sacerdozio don Carmelo Giaccone, nostro presbitero in servizio in Friuli.

E ricordiamo con affetto anche tutti i nostri presbiteri fidei donum e in servizio alla Chiesa nelle svariate dimensioni della sua missione universale (14 preti e un diacono). E ricordiamo con affetto tutti i nostri preti e diaconi malati. Tutti in comunione.

Affidiamo al Signore anche i confratelli deceduti in questo anno: don Pier Emilio Salvadè e don Giovanni Trusina. Dio sia loro eterna felicità e li ricompensi per il generoso servizio svolto.
Un anziano prete mi confidava: ho conosciuto preti che vivevano senza amore. Dio ci preservi da questa tragedia e ci risani con la sua misericordia. Riconosciamo umilmente i nostri peccati, le nostre mancanze di amore, le nostre durezze di cuore e invochiamo il perdono.

***


Omelia


Cari fratelli e sorelle, dragi bratje in sestre,
Cari fratelli presbiteri e diaconi, Dragi bratje duhovniki in diakoni,

Fra poco nella liturgia vi chiederò:

Volete unirvi e conformarvi intimamente al Signore Gesù,
rinunciando a voi stessi e rinnovando i sacri impegni che,
spinti dall’amore di Cristo,
avete assunto con gioia verso la sua Chiesa nel giorno
della vostra ordinazione sacerdotale?



Di quelle promesse ne scelgo una. Durante il rito di ordinazione il vescovo ci ha chiesto:

Vuoi insieme con noi
implorare la divina misericordia
per il popolo a te affidato,
dedicandoti assiduamente alla preghiera,
come ha comandato il Signore?



Vorrei riflettere proprio su questo impegno che ci siamo presi. E vorrei farlo attraverso la preghiera per eccellenza a cui ci siamo vincolati: la liturgia delle ore, la recita dei Salmi. Questo è il nostro primo modo per implorare assiduamente la divina misericordia per il nostro popolo, senza nulla togliere anche ad altre esperienze di preghiera. E così mi rifaccio a qualche Salmo.

La nostra preghiera è anzitutto un invocare misericordia e non solo per il popolo a noi affidato, ma anzitutto per noi. Singoli e presbiterio. Abbiamo peccato. E chiediamo perdono. Grešili smo. In prosimo odpuščanja.

Il Salmo 50, il Miserere, ci fa entrare nel pentimento di Davide, il suo peccato è grave. Nel secondo versetto si contestualizza: “Quando andò da lui il profeta Natan, dopo che egli era andato da Betsabea”. Se anche tanti biblisti lo attribuiscono a un giudeo formato dai profeti dell’esilio, piace vederlo sulla bocca di Davide. Ci dice che ci sono peccati gravi per i quali siamo chiamati a vergognarci e a chiedere perdono a Dio. Davide non si ferma assolutamente a cercare giustificazioni o attenuanti.

A prevalere è la fede in un Dio misericordioso che sa trasformare la vita e rendere il penitente un discepolo che sa aiutare altri a trovare la retta via. Viviamo il rischio di abituarci a queste parole e a banalizzarle: c’è una misericordia grande e abbondante; e senza infingimenti si riconosce la propria iniquità, ribellione, colpa, peccato.

Alla luce del sole ci sono le nostre colpe e davanti a tutti e in verità, con vergogna, confessiamo di aver bisogno di Dio! “Contro te, contro te solo ho peccato e ciò che è male ai tuoi occhi l’ho fatto!”. Con la stessa passione impetuosa con cui Davide aveva peccato ora si getta nella misericordia infinita di Dio.

Davide era sicuro di sé; del suo trono e potere; manda altri a combattere per lui. E lui si lascia travolgere dal peccato, in un vortice spaventoso. Che Dio ci doni di essere vigilanti e di non lasciarci prendere da false sicurezze. Con Davide chiediamo una nuova creazione: “Un cuore puro crea in me o Dio e uno spirito saldo rinnova nel mio intimo”. Lavami, purificami, liberami, cancella il mio peccato… Predicare la misericordia di Dio non è un atto retorico: è la consapevolezza che io non ho da esibire una presunta innocenza, io sono radicalmente peccatore e se lo dimentico innesco la superficialità di Davide che si lascia prendere dalla pigrizia-curiosità-ozio-passione fino ad arrivare all’adulterio e all’omicidio. Io sono un peccatore, ma un peccatore perdonato: se lo dimentico cado nella disperazione.

Siamo chiamati a far incontrare ogni penitente con questa abbondante misericordia (la grazia sovrabbondane di Rom 5,20) che risolleva e ricrea. Per grazia. Per il sangue di Cristo. “Purificami con issòpo e sarò mondato, puro“. Una glossa cristiana del IV secolo dice: “Aspergimi con issopo grazie al sangue del legno”, cioè della croce. Il perdono dei nostri peccati è per il sangue di Cristo: di questa divina misericordia (non della nostra magnanimità o buonismo) noi siamo ministri. Un’abbondanza che stupisce e ricrea i cuori, riedifica Gerusalemme, cioè i rapporti tra noi per una vita nuova. Signore donaci di essere preti ministri della tua misericordia perché tutti possano essere ri-creati, fatti nuovi.

Charles de Foucauld diceva: “Diciamo spesso questo salmo, facciamone spesso il soggetto delle nostre orazioni. Esso racchiude il compendio di tutte le nostre preghiere: adorazione, amore, offerta, ringraziamento, pentimento, domanda. Parte dalla considerazione di noi stessi e della visione dei nostri peccati e da là sale fino alla contemplazione di Dio passando attraverso il prossimo e pregando per la conversione di tutti gli uomini”.

La nostra preghiera spesso intercetta il Salmo 22, del Buon Pastore, ci fa entrare nel cuore di Cristo il buon, bel Pastore per eccellenza. “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla, su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce”. La nostra preghiera è anche assaporare un riposo, una letizia, come in un’oasi nella quale c’è Lui, il Signore, che si prende cura di noi.

Non siamo soli: anche se in una valle oscura, il Signore è con me. Abbiamo bisogno che questa preghiera sia vera e vinca ogni tristezza, ogni malinconia, ogni infelicità che talvolta invece ci assilla anche come preti.

Guai a sprecare il dono della presenza del Signore, anche nelle prove. Siamo in una società che spreca tutto: rischiamo anche noi di sprecare la grazia della compagnia del Signore. E magari cerchiamo vie di fuga per non fare i conti con la verità.

La sicurezza, la felicità non viene dal rifugiarci in modelli vetusti di stili sacerdotali; non viene dal nostro estraniarci dalla realtà alla quale siamo inviati; non viene dal pensare che le nostre idee a cui siamo affezionati siano carismi. Il Signore ascolta le nostre fatiche, e noi siamo chiamati ad essere un presbiterio nel quale ci accogliamo con le nostre fatiche e sappiamo ascoltarci con grande comprensione. Ma anche lasciarci consolare dal Signore: Lui è con me, anche nella valle oscura che inevitabilmente fa parte del mio ministero. La mia croce… ma lui è con me. Non mi lascia solo. In questo salmo c’è una gioia profonda: l’essere con il Signore. Vi auguro di essere preti e diaconi che sanno vivere di questa gioia profonda. Dio è la mia sicurezza, il mio riposo, la mia felicità. Nessuno ci può togliere dalla sua mano (Gv 10), Lui sta dalla nostra parte quando siamo stanchi e oppressi (Mt 11,28); Lui mi prepara una mensa: e non solo per i miei bisogni essenziali ma perché mi prepara un banchetto e si fa per me Pane disceso dal Cielo e calice che trabocca. Signore dacci sempre insieme di sperimentare che tu sei felicità e grazia del nostro ministero, della nostra vita di uomini a te consacrati. Signore dacci di camminare insieme, ma da te sfamati, da te nutriti, da te custoditi (il bastone del pastore) e guidati (il vincastro). Signore abitare nella tua casa è una grazia: abitare dice una condivisione, uno stare al riparo, una sicurezza.

Il famosissimo salmo 139 ci fa gustare il nostro essere pensati e desiderati da un Dio amico, da un Dio che mi conosce e mi ama. "Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri, mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie…"
Così dice la nuova traduzione: Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda; meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l'anima mia. Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra… Quanto profondi per me i tuoi pensieri…

Ciascuno di noi è un ricamo di Dio: siamo dentro il suo pensiero e la sua cura. Ma se questi tre salmi che ho ripreso sono un’intima preghiera tra la singola persona e Dio, ora mi rivolgo all’insieme del presbiterio e anche a voi tutti ripeto gettate in Dio “ogni vostra preoccupazione perché egli ha cura di voi” (1Pt 5,6-7). Non c’è più tempo. Ho voluto solo rimandare al nostro breviario come a una scuola di discernimento, di affetti, di opportunità per gustare la vicinanza del Signore, per ritrovare gioia nel nostro ministero, per rilanciare l’entusiasmo della missione che ci appartiene. Per sentirci insieme in questa missione.

Certo, serve anche altro… reciproco ascolto, orientamenti per la nostra pastorale, amicizia e condivisione e tanto altro. Ma il nostro personale legame con il Signore, la nostra preghiera resta la via maestra a cui tutti siamo incessantemente chiamati… e sulla quale oggi, come anche il giorno della nostra ordinazione, ci impegniamo a camminare.