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60° Anniversario di consacrazione del Santuario di Monte Grisa


DIOCESI DI TRIESTE


60° Anniversario di consacrazione del Santuario di Monte Grisa


✠ Enrico Trevisi


Santuario Tempio Nazionale Maria Madre e Regina, 13 maggio 2026



Cari fratelli e sorelle, dragi bratje in sestre,
domenica 22 maggio 1966 papa Paolo VI, in un radiomessaggio, dopo aver salutato il Vescovo Antonio Santin e tutti i vescovi, cardinali, autorità e fedeli accennava a papa Giovanni XXIII, che, nel messaggio del 19 settembre 1959, benediceva la prima pietra di questo tempio votivo di Maria Santissima, Madre e Regina. E aggiungeva: «Si era appena concluso il Congresso Eucaristico nazionale di Catania, dal cui clima di santo fervore era germinata, come un fiore soavissimo, la consacrazione d’Italia al Cuore Immacolato di Maria. Un tempio votivo, da erigersi nella diocesi di Trieste, doveva ricordarne nei secoli l’impegno: ed il compianto Pontefice ne sceglieva Lui stesso il titolo, dedicandolo con auspicio precorritore alla dolce Madre e Regina, Maria. Oggi quel voto si compie, oggi il vostro ardente anelito diventa realtà: su codesto ciglione carsico del Monte Grisa, da cui la vista spazia splendidamente sulla città di Trieste, maestosa e fervente di vita, e sull’arco azzurro del suo golfo, fin verso le lontananze della laguna di Grado e di Aquileia, da una parte, e delle coste istriane, dall’altra, sorge ora solenne il tempio di Maria».
Paolo VI – esattamente 60 anni fa – riferendosi alle pietre e ai volumi di questa moderna struttura sottolineava come «sono altresì il simbolo possente della Chiesa, formata di pietre viventi, squadrate nella fede, slanciate nella speranza verso il compimento escatologico del Regno dei cieli, fuse nella carità operosa verso Dio e verso i fratelli». Sono espressioni forti che ci dicono di una missione che ci appartiene.
Poiché questo Tempio ci dice che siamo consacrati al Cuore Immacolato di Maria, Paolo VI ci esortava non a «un entusiasmo solo sentimentale, destinato a passare presto», ma a «un rinnovato proposito di vita cristiana: a ciò ha portato quella consacrazione, a ciò vuole portare la vera devozione alla Vergine Santissima».
Paolo VI richiamava a riaffermare solennemente, cioè a vivere con determinazione gli “impegni cristiani”: «guardando a Colei, che tutti ci precede nel degno servizio di Dio, ciascuno sappia ravvivare la sua fedeltà a Cristo e alla Chiesa, ciascuno viva lietamente le consegne, che il nome di cattolico impone, come aperta e gioiosa adesione alla verità che sola ci libera ed esalta». Gli impegni cristiani vanno vissuti lietamente, non con tristezza; e la fede è un’esperienza di libertà che ci esalta, che ci porta alla pienezza della vita e della gioia, consapevoli che non siamo orfani, che abbiamo il Paraclito, per riprendere tanti testi dell’evangelista Giovanni che si rincorrono nel tempo pasquale.
E due sono le vie che, in particolare, Paolo VI richiamava: la vita in famiglia adornata di virtù e la vita pubblica saldamente “ancorata alle forme vivificanti e unificatrici della civiltà cristiana”.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci ha ricordato che Maria è nostra Madre: in Giovanni vediamo la Chiesa che è affidata a Maria. E chiediamo la sua intercessione per tutte le nostre famiglie tentate oggi di tralasciare quelle virtù che consentono di guardare alle sfide della vita con speranza, anche quando siamo ai piedi della Croce, potendo contare su Maria, sulla Presenza dello Spirito Santo che passa anche attraverso noi e i nostri familiari, se ci rendiamo docili. Esorto ogni famiglia ad ascoltare Maria che incessantemente ripete, come a Cana, “fate quello che vi dirà”, che Gesù vi dirà. Purtroppo, tante famiglie hanno perso il riferimento a Maria e alla parola di Gesù.
La prima virtù che nelle nostre famiglie va coltivata è la capacità di stare accanto a Gesù, in ascolto di Gesù, come Maria. Che nelle nostre famiglie si torni a pregare insieme, ad andare insieme alla Messa, a gareggiare nel vivere la carità, il reciproco sostegno, la stima vicendevole, la prontezza nel perdono. Dal Vangelo occorre tornare ad imparare la vera umanità che deve stare alla base delle nostre famiglie e che le rende solide anche nelle tempeste della vita.
Paolo VI esortava anche ad una vita pubblica “ancorata alle forme vivificanti e unificatrici della civiltà cristiana”. Non possiamo rassegnarci ad una società cinica ed egoista, non possiamo adattarci a stili antievangelici solo perché sono di moda la prepotenza e la guerra, a tutti i livelli. Le forme vivificanti e unificanti della civiltà cristiana sono le famiglie fondate sul sacramento del matrimonio, sono la giustizia e la carità (senza scambiarle perché non va dato per carità ciò che è dovuto per giustizia) che devono caratterizzare ogni relazione sociale. Ma anche l’opzione di farci carico di chi è solo, malato, povero. Ci sono troppe persone lasciate ai margini di questa società ricca che crea scarti, che isola, che fa sentire i vulnerabili come degli scarti. In queste forme ci sta anche il lavoro fatto bene e con competenza, come partecipazione a costruire il bene comune.
La civiltà cristiana ha inventato gli ospedali, gli orfanatrofi, le università, le abbazie in cui custodire i libri, le cattedrali abbellite dalle opere d’arte più sublimi. Oggi abbiamo bisogno di una fede che sa generare ancora forme vivificanti e unificatrici, perché c’è troppa disperazione, troppa solitudine. Guardiamo a Maria, al suo Cuore Immacolato: non ci bastano le distrazioni di massa che ci propina il mercato con la seduzione dei divertimenti, dei consumi fino a tarda notte, delle violenze e aggressività che dilagano. Abbiamo bisogno di una vita bella, di relazioni vere, di significati autentici. Guardiamo a Maria, al suo legame con Gesù, al suo essere disponibile al disegno di Dio che la fa essere Madre e Regina. Madre di tutti noi e Regina dell’Universo, di quei Cieli nuovi e terra nuova dove a splendere è l’amore di Cristo, dove insieme percorriamo la strada dell’amore vero, della solidarietà effettiva, quella dei figli di Dio, quella del vivere come Gesù ci ha insegnato.
Ora siamo incamminati… Noi di questa Chiesa siamo le «pietre viventi, squadrate nella fede, slanciate nella speranza verso il compimento escatologico del Regno dei cieli, fuse nella carità operosa verso Dio e verso i fratelli» (Paolo VI).