Note storiche
da
Franca Tissi, I fondi archivistici dell'Archivio Capitolare di San Giusto Martire. Riordinamento storico e inventariazione.
estratto da: Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia patria, Vol. CXIV della Raccolta (LXII della Nuova Serie), Trieste (2014)
Il termine Capitolo, dal latino capitulum, diminutivo di caput, viene utilizzato per designare un collegio di chierici, e deriva probabilmente dall’uso di leggere in adunanza un capitolo della regola o un passo delle Sacre Scritture. Il termine “canonico”, invece, che designa l’ecclesiastico che fa parte di un capitolo, deriva da “canone” (regola, norma, elenco) e indicava anticamente colui che era sottoposto a una determinata regola ed era iscritto nell’elenco o albo contenente i nomi dei chierici addetti a una chiesa. Oggigiorno, come decreta il canone 503 del Codice di Diritto Canonico, promulgato nel 1983, «il Capitolo dei canonici, sia cattedrale sia collegiale, è il collegio di sacerdoti al quale spetta assolvere alle funzioni liturgiche più solenni nella chiesa cattedrale o collegiale. Spetta inoltre al Capitolo cattedrale adempiere i compiti che gli vengono affidati dal diritto o dal Vescovo diocesano».
In precedenza, invece, il Capitolo cattedrale, secondo il canone 391, comma 1 del Codex Iuris Canonici del 1917, aveva anche il compito di assistere il Vescovo come senato e consiglio diocesano e di supplirlo, durante la sede vacante, nel governo della diocesi.
A partire dalla fine del IV secolo, il presbyterium aveva adottato la convivenza in comune, regolata da norme a spiccata tendenza monastica. L’epoca carolingia vide una forte incentivazione della vita canonica, anche se non conseguì il successo di uniformazione che avrebbe invece visto il mondo monastico, inquadrato nella regola di san Benedetto. Una ripresa decisa della vita canonicale, con l’elaborazione di nuove regole di vita comune, si ebbe nell’età della riforma della Chiesa nei secoli XI e XII, ma non tutte le comunità capitolari delle cattedrali vi parteciparono. Certamente la comunità di San Giusto vi partecipò e, almeno fino al 1224, fu in vigore la vita comunitaria. La ripartizione individuale dei beni patrimoniali del Capitolo ne segnò la fine. I vescovi per primi separarono il proprio patrimonio (mensa episcopale) da quello del Capitolo, seguiti poco dopo dai canonici, i quali oltre l’abitazione separata (mansio) ottennero che il patrimonio comune fosse ripartito in quote beneficiarie o prebende (diritto di un ecclesiastico di ricevere redditi determinati annessi ad una Chiesa Cattedrale) da godersi individualmente.
Le origini del Capitolo Cattedrale di San Giusto Martire non differiscono molto da quelle delle altre chiese di antica costituzione. Anche il Capitolo triestino trae le sue origini da quel collegio di chierici che fino dai tempi più remoti assistevano il Vescovo nella Chiesa Cattedrale dedicata alla Vergine Maria, posta sul colle della città. Non si hanno date certe di quando questo collegio apparve nel territorio della diocesi.
In due relazioni, di cui una in lingua latina, scritte nel XVIII secolo si fa cenno alla donazione di Lotario, Re d’Italia, a Giovanni, Vescovo di Trieste, della città e del suo territorio avvenuta nel 948, e alla conseguente cessione da parte dello stesso Vescovo, con il consenso del Capitolo, dei suoi diritti giurisdizionali ai cittadini di Trieste.
L’esistenza di tre pergamene compilate nel refettorio dei Canonici, risalenti agli anni 1216 e 1224, fa pensare che almeno fino a quella data fosse ancora in vigore la vita in comune tra i membri del Capitolo tergestino.
Come menzionato in precedenza, il Capitolo aveva il compito di assolvere alle funzioni liturgiche più solenni nella Chiesa Cattedrale e all’ufficio corale quotidiano, che comprendeva la celebrazione comune dell’Ufficio Divino e della Santa Messa conventuale.
Le funzioni del Capitolo come senatus et consilium Episcopi erano molto importanti. Il Vescovo era tenuto ad interpellare il Capitolo negli affari di maggior rilievo e sentirne il parere o accettarne il consenso vincolante (audito Capitulo o de consensu Capituli); le decisioni dovevano essere prese collegialmente da tutti i componenti dell’assemblea che di solito si radunava nella sacrestia della Chiesa Cattedrale di San Giusto Martire. Ciò si evince da un atto senza data, ritrovato nell’Archivio Capitolare, in cui i Canonici si lamentano del comportamento del Prevosto, Barone dell’Argento, per essersi «arrogata tutta a sé l’autorità capitolare». In caso di vacanza della sede episcopale il Capitolo esercitava vera e propria giurisdizione ed era tenuto ad amministrare direttamente la Diocesi fino all’elezione del Vicario capitolare, alla quale doveva provvedere con grande sollecitudine entro otto giorni dal ricevimento della notizia della vacanza della cattedra vescovile. La presa di possesso del nuovo Vescovo avveniva poi mediante la presentazione della Bolla Pontificia di nomina al Capitolo. Per quanto riguarda l’elezione del Vescovo, era prassi comune, fin dai tempi antichi, che fossero il clero ed il popolo ad eleggere il proprio Pastore. In seguito, cessata l’elezione popolare, spettò al Capitolo il compito di esercitare tale diritto che continuò per diversi secoli. L’elezione doveva anche avere il benestare del Metropolita (Patriarca di Aquileia) e degli altri Vescovi suffraganei e in seguito della Santa Sede.
I Patriarchi di Aquileia, a partire dal XII secolo, ed in seguito la Santa Sede, intervennero più volte in queste elezioni, approvandole o respingendole. Alcune Bolle papali conservate nell’Archivio del Capitolo risalenti al XIV secolo sono particolarmente interessanti. Dai regesti fatti a metà dell’Ottocento da Angelo Marsich di alcune Bolle papali, si evince il rifiuto da parte di Clemente VI di accogliere l’ambasciata del Canonico di Trieste Giovanni Gremon, eletto dal Capitolo a Vescovo di Trieste. Nella stessa Bolla si fa riferimento a precedenti interventi di Benedetto XII e alla Bolla di Giovanni XXII del 30 luglio 1321, che vietava di eleggere i Vescovi nel Patriarcato di Aquileia per evitare disordini. Papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini), Vescovo di Trieste dal 1447 al 1450, confermò la Bolla di Papa Eugenio IV del 4 febbraio 1446 e pose fine alle antiche “lotte” nelle nomine episcopali, concedendo alla Casa d’Austria il privilegio di presentare i Vescovi per le Diocesi soggette alla sua giurisdizione temporale. Ciò privò per sempre il Capitolo tergestino di una prerogativa antica: la scelta e la nomina del proprio pastore. Lo stesso Pontefice nel 1459 concesse ai Canonici della Chiesa triestina una particolare insegna: la facoltà di indossare l’almuzia o zanfarda, cappa di pelo con cappuccio, che fu indossata fino al 1741, quando il Vescovo Leopoldo Giuseppe Petazzi la fece sostituire con la mozzetta, mantellina con cappuccio ridotto chiusa al petto da una bottoniera. Tra le varie decorazioni, i Canonici potevano portare la croce pettorale, concessa dagli imperatori Maria Teresa e Giuseppe II nel 1778, ed indossare la veste violacea, accordata da Pio XII nel 1945.
Proseguendo nell’analisi dei compiti affidati al Capitolo, di grande importanza era la cura animarum nella città e nelle zone suburbane, svolta in modo diretto e collegiale a nome del Vescovo fino al 1757. La cura delle anime veniva esercitata predicando la parola di Dio, catechizzando ed amministrando i sacramenti. A seguito della Risoluzione Sovrana del 26.12.1756 e con l’espandersi della città al di fuori della cerchia muraria anche la cura pastorale andava trasformandosi: con il solenne Recesso del primo aprile 1757, non rinvenuto tra gli atti capitolari, il Vescovo Leopoldo Giuseppe Petazzi procedette alla nomina di due Vicari Curati o Parrocchiali, il primo per la Città Vecchia e il secondo per la Città Nuova o Teresiana. Quando, il 18 giugno 1780, a seguito del Rescritto Sovrano del 15 marzo 1777, vennero istituite canonicamente le due nuove parrocchie di Santa Maria Maggiore e di Sant’Antonio Taumaturgo, il Capitolo fu anche privato dell’annesso diritto di stola che era stato sua prerogativa goduta ab immemorabili: nel caso fosse stato invitato ad accompagnare un defunto poteva usare «la croce capitolare» a norma di una decisione risalente al 1640. Rimase invece confermata la quarta funerum ossia l’emolumento della cera nelle celebrazioni dei funerali.
Nelle sedute capitolari di fine anno, al 31 dicembre, i Canonici erano tenuti al rinnovo delle cariche nelle dodici cappelle della città e dei dintorni. Era questa un’antica consuetudine risalente alle disposizioni del XIV secolo. Il rinnovo delle cariche avveniva per sorteggio ed ogni Canonico assumeva la responsabilità di una determinata cappella. Per tale sorteggio si usavano dei piccoli cartigli in pergamena con i dodici nomi delle cappelle: San Giuseppe; San Bartolomio e San Giusto; San Pietro in Piazza; San Nicolò Maggiore; San Canziano e San Giacomo; San Pelagio; San Silvestro e Santa Croce; San Antonio Abate; San Nicolò dei Marinai; San Pietro di fuori; San Andrea; San Maria Maddalena. Molte di queste Cappelle furono chiuse al culto negli anni tra il 1784 e il 1785, quando l’imperatore Giuseppe II intervenne nella vita interna della Chiesa Cattolica, sopprimendo ordini religiosi, confraternite e chiese che non potevano giustificare la propria esistenza con un’attività socialmente utile. La consuetudine del sorteggio perdurò fino quasi alla vigilia della soppressione della diocesi e del Capitolo, nel 1788.
Dai libri delle proposizioni capitolari dell’epoca si evince che il 23 aprile 1789 Monsignor Vescovo Conte Inzaghi «intimò al Capitolo da lui convocato la Bolla pontificia di soppressione del Vescovato di Trieste, non meno che di quello di Pedena, e dell’Arcivescovato di Gorizia, con l’erezione della nuova Diocesi combinata, e con la Sede vescovile in Gradisca, alla di cui Cattedrale veniva egli confermato da Roma per Vescovo, ed erano stati nominati Canonici tre dal Capitolo di Gorizia e tre cavati dal Capitolo di Trieste, rimanendo gli altri individui nello stato di quiescenza con l’intiero godimento dei frutti Capitolari». Fu Papa Pio VI, su pressione dell’Imperatore Giuseppe II, a emanare la Bolla di soppressione Super Specula. Alla nuova Diocesi di Gradisca vennero anche aggregate le parrocchie situate nell'Istria austriaca delle due Diocesi venete di Parenzo e Pola.
Solo dopo la morte di Giuseppe II, il Papa Pio VI, su richiesta del nuovo Imperatore Leopoldo II, mediante la bolla Ad Supremum ristabilì la Diocesi di Trieste e di conseguenza anche il corpo capitolare composto da cinque membri: due Dignità, Preposito e Decano, e tre Canonicati, il primo dei quali riservato al Vicario Generale. Ai Canonici vennero affiancati quattro Vicari corali. Il Vescovo doveva anche istituire la prebenda del Teologo e quella del Penitenziere; anche i due Parroci urbani furono Canonici per qualche tempo. Per quanto riguarda il corpo capitolare, in tempi antichi era composto da dodici Canonici tra cui il Decano, l’Arcidiacono e lo Scolastico. Lo Scolastico della Cattedrale veniva eletto dal Vescovo il quale dava «l’installazione canonica e l’elezione di Canonico (...). Oltre l’entrate canonicali gode come Scolastico la Cappellania di San Sebastiano al Pozzo di Mare, fondata dalla pia memoria del fu Vescovo Nicolò de Aldegardis come da suo testamento (...). La sua obbligazione è che deve celebrare ogni mese una messa da requiem per l’anima del fondatore». Nel 1607 l’allora Vescovo Ursino de Bertis, nella sua relazione sullo stato della Chiesa triestina inviato al Nunzio a Graz, si lamentava del ristretto numero di Canonici: da otto si era passati a sei. La causa di tale mancanza era la povertà dei Canonicati. Le entrate che dovevano servire al mantenimento dei Canonici consistevano in parte di affitti o censi che si stentavano a riscuotere e in parte di pensioni che venivano versate da alcune Parrocchie della Diocesi; non c’erano prebende e nemmeno benefici semplici. Nella Bolla pontificia di Leone XII del 30 giugno 1828, che riorganizzava radicalmente tutte le Diocesi del Litorale austriaco, era stabilito che il Capitolo Cattedrale di Trieste fosse composto da tre Dignità: Preposito, Arcidiacono e Decano e da quattro Canonici, che dovevano essere aiutati nel servizio corale e liturgico da sei Vicari o Prebendati. Di fatto, le tre Dignità continuarono ad essere il Preposito, il Decano e lo Scolastico. Nello statuto capitolare del 1851 i Vicari Corali furono portati a quattro invece dei sei previsti nella Bolla Locum Beati Petri.
Per tutto ciò che riguarda la contabilità del Capitolo si possono trovare note interessanti nei registri relativi alle rendite, alla riscossione di decime, affitti e livelli, negli urbari (strumenti insostituibili per conoscere le vicende economiche) e nei libri mastri molto numerosi – alcuni molto antichi. Vanno ricordati, ad esempio, i libri delle cere risalenti al secolo XIV, riguardanti gli introiti delle candele offerte al Capitolo nella celebrazione dei funerali, e gli atti relati vi alle fondazioni di Messe. Infatti era usanza diffusa che i fedeli, mediante un atto fondazionale, approvato dal Vescovo, affidassero al Capitolo una determinata somma in denaro con l’obbligo di celebrare, per un dato numero di anni o in perpetuo, delle messe o altre specifiche funzioni ecclesiastiche, in ragione dei redditi annui. Nel 1654 l’Imperatore Ferdinando III aveva lasciato al Capitolo di Trieste un legato di 3000 fiorini con l’obbligo di celebrare ogni sabato una messa cantata per l’Imperatore e la «Sua Augustissima Casa». Con atto datato 4 aprile 1771, Bernardino Camnich disponeva che, dopo la sua morte, venissero celebrate 23 messe lette con una «cantata corale» ed un vespero nel giorno della sua scomparsa. L’atto riporta i sigilli in ceralacca rossa del Capitolo e del Camnich che, a tale scopo, riservava al Capitolo un capitale di 4500 fiorini che doveva essere investito «in loco sicuro ab 6 per Cento». Da un estratto del Libro delle Proposizioni dell’anno 1800 si evince che i signori Canonici, dopo la sua morte, avrebbero dovuto passare annualmente un sussidio ad «un giovane diocesano, se povero, intenzionato di abbracciare lo stato ecclesiastico o alle famiglie bisognose aggravate di prole e di persone ammalate abitanti nella contrada detta di Rena». Anche l’ex Cappellano della Chiesa succursale di San Pietro, Giacomo Susanni istituisce nel 1821 un alunnatico ecclesiastico perpetuo per un povero triestino, stabilendo per capitale la somma di 2000 fiorini da investire al 6% sopra alcune sostanze di sua proprietà. Per tali finalità anche i canonici divennero eredi di copiose donazioni da parte dei fedeli.
In seguito all’attuazione della Bolla di Leone XII, la Diocesi di Cittanova veniva soppressa ed annessa a Trieste, mentre quella di Capodistria, dichiarata Chiesa Concattedrale veniva unita alla Chiesa triestina. Benedetto Braunizer, Vicario Capitolare della Diocesi di Trieste e Preposito del Capitolo Cattedrale di San Giusto ne assumeva la giurisdizione il 21 marzo 1830. Durante tutto il periodo di unione delle due Diocesi, dal 1830 al 1977, l’unico organo che doveva esercitare le funzioni stabilite del Diritto Canonico durante la sede vacante fu il Capitolo di Trieste.
Nel 1846 veniva istituita la Parrocchia di San Giusto che, secondo la prassi canonica allora vigente, fu unita pleno iure al Capitolo. Il Parroco, installato canonicamente, era designato dal Capitolo, mediante elezione e dichiarato idoneo dal Vescovo.
In ottemperanza al Motu proprio Ecclesiae Sanctae di Papa Paolo VI del 6 agosto 1966 in cui si «intendeva dare più ampio ed efficace sviluppo alla vita pastorale parrocchiale», l’Arcivescovo di Trieste Monsignor Antonio Santin, ottenuto il voto affermativo del Capitolo Cattedrale e del Consiglio presbiterale stabiliva «la separazione piena e perpetua della parrocchia di San Giusto Martire dal Capitolo Cattedrale, con effetto dal giorno 15 agosto 1967». Da quel momento in poi fino ai nostri giorni è sempre stato il Vescovo a nominare direttamente il Parroco di San Giusto.
Lo statuto approvato il 20 settembre 1988 da Monsignor Lorenzo Bellomi, Vescovo di Trieste, in seguito al nuovo ordinamento canonico promulgato da Giovanni Paolo II nel 1983, stabiliva i compiti dell’attuale Capitolo e la sua configurazione. In forza dell’articolo 10 dello Statuto, il Capitolo è composto da dieci sacerdoti: Preposito (prima Dignità che gode anche del titolo di Protonotario Apostolico Soprannumerario), Decano, Scolastico, quattro Canonici semplici, Canonico della Beata Vergine Addolorata, Canonico dei Santi Giusto e Nazario e Canonico della Madonna di Muggia Vecchia, gli ultimi tre fondati rispettivamente nel 1947, 1957 e 1964. Il Vescovo, sentito il Capitolo, può nominare dei Canonici onorari e in base all’articolo 29 dello Statuto, d’intesa con il Capitolo, può affidare ad alcuni sacerdoti, denominati Vicari corali, il compito di coadiuvare i Canonici nel servizio liturgico della Cattedrale.
Della storia secolare del Capitolo e del suo complesso passato rimane oggi a testimonianza l’Archivio CApitolare con fascicoli, registri, libri di conto, codici e pergamene.