DIOCESI DI TRIESTE
XXXVII Giornata per l’approfondimento
e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei
✠ Enrico Trevisi
Auditorium del Seminario, 15 gennaio 2026
“In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3)
Il trovarci qui insieme come ebrei e cattolici e più in generale cristiani non ha nulla a che fare con ingenui irenismi e buonismi, non è arrendevolezza o espediente tattico. Non stiamo cercando compromessi dottrinali ma ci mettiamo in reciproco ascolto convinti che c’è un disegno di Dio che è sempre oltre rispetto a quanto abbiamo capito e stiamo vivendo; un disegno di Dio che ci accomuna e ci differenzia. Dunque, comprendere le ragioni degli altri – superando stereotipi e pregiudizi – ci arricchisce anche quando non le si condivide in tutto.
“In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3). Chissà cosa avrà capito Abramo di questa promessa, che con qualche variazione sarà poi ripetuta anche agli altri Patriarchi. Sarà interessante ascoltare il Rabbino capo Alexander Meloni.
A me, con i vescovi italiani, piace gustare che è meraviglioso, soprattutto in questi tempi, che come cristiani e come ebrei siamo sotto la medesima benedizione. Mi rifaccio al messaggio dei vescovi italiani per questa giornata dove trovo scritto:
“Abramo parte, lascia la sua terra, cammina verso un paese che non conosce. Avanza trepidante verso una terra straniera, cammina incerto verso un futuro sconosciuto, affronta i pericoli e le crisi del viaggio. Ma è fondato su una certezza: la benedizione di Dio”.
Ciò che ci accomuna come discendenti di Abramo è la fede nell’Eterno, in Dio, che ci accompagna, che rimane con noi, anche quando ci rimprovera. I discendenti di Abramo (ebrei, cristiani, musulmani) dono “diversi, a tratti distanti, a volte in conflitto. Eppure raccolti dentro la stessa benedizione. Tale benedizione esprime una relazione di Alleanza. Pertanto siamo raccolti dentro la medesima Alleanza. Alleati dello stesso Alleato. Che benedice, cioè fa vivere. Dunque, dobbiamo sempre ripartire da questa certezza, anche dopo le crisi, anche nei momenti di crisi”.
Nei tempi di crisi tanti prendono la parola. E talvolta si rischia di essere confusi, come quando si costruisce la torre di Babele. Noi cattolici, a differenza di altre confessioni, oltre alla libera ricerca ed espressione (che sia avvale per esempio di teologi e persone esperte nei vari campi) abbiamo il magistero del Papa e dei Vescovi (soprattutto del Concilio) che ci aiuta a cogliere dei punti fermi, sui quali poi andare avanti a cercare, sapendo che la verità piena è sempre oltre, sempre ancora da raggiungere. Però abbiamo dei punti fermi.
Il Concilio, la Nostra Aetate, ci ha insegnato come c’è un vincolo (n. 4) tra il popolo cristiano e la stirpe di Abramo. E questo vincolo siamo qui a testimoniarlo, perché ha bisogno di incarnarsi dentro la storia, dentro le relazioni, dentro le amicizie.
La prima affermazione importante, dunque, è questa: siamo benedetti da Dio. Anche se differenti. E pian piano abbiamo maturato la consapevolezza che dobbiamo andare avanti nella riflessione e nel dialogo: siamo consapevoli che ci fa bene l’incontro tra il popolo di Dio dell’Alleanza conclusa con Mosè (da Dio mai revocata, come dice Rom 11,29) e il popolo cristiano che noi in Cristo diciamo della Nuova Alleanza. Siamo consapevoli che dentro questa difficile storia – fatta anche di terrorismo, di guerre, di terre contese, di incomprensioni – dobbiamo perseverare nell’incontrarci e nel parlarci, anche esponendo le nostre differenti visioni. È il rapporto tra il cristianesimo di oggi e l’ebraismo di oggi così come nella storia si sono sviluppati. Un rapporto che deve essere vivo, e vero e arricchente; cioè anche capace di sopportare le criticità, le differenze, le visioni non conciliabili e che tuttavia ci permette di guardare alla storia con la consapevolezza che Dio ci ha benedetti e ci chiede di essere benedizione per il mondo.
Il Magistero dei Papi e del Concilio ci dice che il vincolo con Israele ci può aiutare a comprendere anche la nostra identità: siamo popolo in ascolto continuo, popolo in cammino, popolo in attesa di una pienezza. Punto fermo è il rifiuto di ogni antisemitismo. Per esempio, papa Leone pochi giorni fa ha ribadito: “La Chiesa, ‘memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque’ (NA 4). Da allora (cioè dalla pubblicazione di Nostra Aetate) tutti i miei predecessori hanno condannato l’antisemitismo con parole chiare. E così anch’io confermo che la Chiesa non tollera l’antisemitismo e lo combatte, a motivo del Vangelo stesso” (Discorso del 29 ottobre 2025).
Come strumenti la CEI invita ad usare le 16 schede per conoscere l’Ebraismo e ha fatto tradurre in italiano il testo “Decostruire l’anti-giudaismo cristiano”.
Il testo che ci è proposto ci riporta all’inizio, alla chiamata di Abram (Gen 12,1-3):
Il Signore disse ad Abram:
«Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela
e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò.
2Farò di te una grande nazione e ti benedirò,
renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione.
3Benedirò coloro che ti benediranno
e coloro che ti malediranno maledirò,
e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra».
Il testo parla di un cammino, di un esodo, di una terra, di una benedizione e di una maledizione… tanti temi complessi. Mi piace sottolineare che Abramo non solo è riempito di doni (la terra e la discendenza) ma è chiamato ad essere una benedizione ampia, universale. E tutti come suoi discendenti siamo racchiusi dentro un’identità e una missione che ci fa allargare lo sguardo su tutte le famiglie della terra. “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3). E così la chiamata di Dio non è a detrimento di altri… ma per il beneficio di tutti, di tutte le famiglie umane. Addirittura andando da Oriente a Occidente… ripercorrendo i territori maledetti ma che mediante Abramo vengono risanati e benedetti.
Joseph Ratzinger, nella sua visione ecclesiologica, affermava: «Dio certamente non divide l’umanità nei pochi e nei molti, per gettare questi nell’abisso e per salvare gli altri; nemmeno per salvare i molti più facilmente e i pochi con più difficoltà; egli si serve dei pochi come punto archimedico per sollevare i molti dai cardini, come della leva con cui attirarli a sé. Ambedue hanno il loro posto nella via della salvezza, un posto che è diverso senza che venga meno l’unità della via» (Il nuovo popolo di Dio, p. 363). Penso che anche per noi questa sera queste affermazioni possono essere feconde: nella propria originalità, ebrei e cristiani restano comunque nel versante dei pochi che sono chiamati per una missione nei confronti dei molti che non conoscono Dio.
Da una parte abbiamo una nostra identità e specificità che vogliamo preservare senza mescolarci in un sincretismo che ci fa perdere la novità di quel che siamo agli occhi dell’Altissimo e del dono da Lui ricevuto, la Rivelazione. Ma dall’altra capiamo che anche attraverso la nostra fede, il nostro esserci e la nostra missione siamo chiamati – come discendenti di Abramo – a far trasparire la benedizione di Dio su tutte le famiglie della terra.
Vorrei richiamare alcune affermazioni dei vescovi italiani:
“Come diceva Schalom Ben Chorin, rabbino riformato tedesco, «La fede di Gesù ci unisce, la fede in Gesù ci divide» (Fratello Gesù, p. 28). Gesù per noi è il Messia: Quest’affermazione che Gesù è il Messia genera diversità nel modo di leggere le Scritture, nel modo di leggere la storia, nel modo di guardare il mondo. Ci impegniamo a rispettare lo sguardo del popolo ebraico e a vederlo come complementare e non antitetico. Garantiamo una vicinanza carica di affetto. Nello stesso tempo, chiediamo il rispetto del nostro sguardo.
Siamo differenti, ma fratelli e sorelle nell’unico Dio. Come tali desideriamo rispettarci e riconoscerci nelle nostre identità. Anzi, ci proponiamo di collaborare sempre più con i fratelli ebrei per arricchire la comune tradizione dei figli di Abramo, sperando di farlo a tre, insieme con l’altra voce della fede abramitica. Ci impegniamo a lavorare perché le identità diventino generative per noi e per la società.
Questo discorso vale anche per la lettura del contesto attuale. Ribadiamo e difendiamo il diritto degli ebrei ad avere uno Stato in cui poter vivere in sicurezza e serenità. Ovviamente ciò non toglie che l’approccio alla teologia della terra nella tradizione cristiana non coincida con quello ebraico. Ci riserviamo d’altronde la libertà e la possibilità di esercitare uno sguardo critico sulle scelte dei governi israeliani, come peraltro facciamo con i governi di altri paesi e verso il nostro stesso governo. In questa luce, nel cammino verso una ‘via italiana del dialogo’ è sempre più urgente interrogarci a proposito del giusto rapporto fra religione e spazio pubblico”.
Anche in questa occasione, come in ogni altra, ribadiamo la nostra più ferma condanna per ogni atto di terrorismo e soprattutto per l’ignobile e vile attacco del 7 ottobre 2023. Siamo vicini al popolo di Israele e alle sue sofferenze. Ma, pure viviamo l’amarezza per le condizioni del popolo palestinese e per il dramma di Gaza esattamente come per il popolo dell’Iran e del Sudan e del Congo e di tutti gli altri popoli.
Anche se in questi tempi – se guardiamo a quanto capita nel mondo – ci sembra di essere proprio controcorrente, come Chiesa ribadiamo che solo dentro le regole internazionali si possa costruire la pace. E questo lo diciamo a tutti, anche quando coinvolti sono nostri popoli amici e affini. Anzi, a maggior ragione perché ci sentiamo amici e affini.
In Dio troviamo la forza di sperare, di impegnarci pazientemente nel dialogo, nella riconciliazione, anche quando gli insuccessi potrebbero portare alla depressione e alla rassegnazione. Ma la nostra speranza è su solide basi. “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra” (Gen 12,3). Questo è il fondamento del nostro incontrarci che ci porta qui ancora ad insistere nel reciproco ascolto perché sempre bisognosi di ulteriori approfondimenti.