DIOCESI DI TRIESTE
Santa Messa in Coena Domini
✠ Enrico Trevisi
Cattedrale di San Giusto, 2 aprile 2026
Cari fratelli e sorelle, dragi bratje in sestre,
l’agnello sgozzato e sacrificato della Pasqua degli Ebrei è solo una prefigurazione. La vera Pasqua è Gesù che si fa agnello di Dio, sacrificio immolato sulla croce.
In ogni Messa siamo immessi in questo mistero di amore: come ci ha detto S. Paolo (1Cor 11,23-26) noi celebrando la Messa ci immettiamo in questa memoria viva: San Paolo trasmette quello che ha ricevuto. Un rito che ci inserisce nella morte del Signore, finché egli venga. Non commemoriamo la morte di Gesù: noi vi partecipiamo ma protesi alla vita piena, alla comunione con Lui che già pregustiamo nella Pasqua. Che già trasfigura la nostra vita facendola nuova. Dietro a Gesù.
Il tempo, per noi cristiani, è anche attesa e silenzio; pazienza e contemplazione. Incontro con la verità di un Dio che salva scegliendo la misericordia, la via della umiliazione, della croce.
Spezziamo la tirannia della fretta, del riempire le giornate di chiasso e di attività che ci svenano, che ci succhiano il sangue. Per un po’ spegniamo la musica e i cellulari. Impariamo da Gesù. Insieme, qui a ritrovare un po’ di intimità con Lui.
E con Gesù siamo chiamati a rendere grazie a Dio, che ci ama dentro le contraddizioni di questo tempo in cui si è ancora protesi a discutere su chi è il più grande, affaccendati ad annientare l’altro, a vederlo solo come un nemico. Hanno fatto così con Gesù: lo stanno per venire a prendere, per poi metterlo sulla croce. E ancora fanno così i Capi di Governo che al posto di mediare con la diplomazia scelgono la soluzione di schiacciare il nemico; fa così il ragazzino che accoltella l’insegnante; il giovane che uccide la fidanzata; l’uomo e la donna che con inaudita violenza aggrediscono e calunniano tramite i social. È la stessa logica di semplificazione con la quale si convoglia la propria rabbia su un capro espiatorio. La logica dell’indifferenza verso chi muore di freddo o di fame.
Gesù ci dice che non abbiamo bisogno di essere aggressivi e violenti, ma di essere amati e perdonati. E lui ci ama e ci perdona e ci insegna una vita alternativa: rendere grazie a Dio e donare se stessi nell’amore; donarsi anche a coloro che ci insultano e tradiscono (Giuda che tradisce viene chiamato: amico!); essere ponti tra questa umanità sofferente (e complice del male) e la luce sfolgorante di un Dio che ci ama.
Ogni eucarestia è mettere la nostra vita in comunione con Gesù per essere segni della Pasqua, anche noi. Segni che la violenza che infierisce nel mondo non ci toglie il desiderio e la volontà di annunciare il perdono di Dio, il suo amore incondizionato, la possibilità di una libertà che è vissuta non per schiacciare il nemico ma per camminare insieme nell’amore di Dio.
In questi giorni diamo spazio al silenzio della preghiera, al coltivare un cuore in attesa di cogliere i segni di Dio, che si fa presente anche dentro questa lunga passione che fa soffrire l’intera umanità.
E se non sopportiamo un’attesa di silenzio che ci pare troppo passiva (ma il rallentare ci fa comunque bene) impariamo da Gesù a come vivere il tempo; a vivere l’attesa dell’incontro gioioso con il Risorto nelle modalità che Gesù ha praticato: prendere un grembiule, chinarsi davanti ai fratelli, vederli come i destinatari della premura di Dio, come la ragione per la quale donare la nostra vita. Anche se spesso, come Pietro, non comprendono. Anche se spesso, come Giuda, poi tradiranno. Gesù sa. Gesù ama, e comunque si dona per tutti; e rimane per tutti una chiamata a scegliere una vita diversa. Non si vive per annientare il nemico ma amare il nemico, in attesa che anche lui si scopra mio fratello. Perché per tutti il Padre ci ha dato il suo Figlio, il Cristo che ha preso la sua vita e l’ha donata nell’amore.