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Celebrazione della Passione del Signore


DIOCESI DI TRIESTE


Celebrazione della Passione del Signore


✠ Enrico Trevisi


Cattedrale di San Giusto, 3 aprile 2026




Cari fratelli e sorelle, dragi bratje in sestre,
Lo catturarono, lo legarono (Gv 18,12) e poi lo condussero da una parte all’altra, come un cane al guinzaglio. Un detenuto e un condannato di cui prendersi gioco.
E Gesù lascia fare. Noi tutti ne siamo stupiti. Lui che sanava i lebbrosi e i paralitici e i ciechi… che camminava sulle acque e moltiplicava i pani ora è mite, come un agnello condotto al macello.

La mitezza di Gesù è sconvolgente. E oggi – come sempre – lo è ancor di più quando la paragoniamo all’arroganza e aggressività dei Capi di governo, o anche dei ragazzini che tirano fuori il coltello o che semplicemente meditano di ammazzare l’amico, l’insegante o il genitore. Nel cuore dell’uomo (che sia il Capo di governo oppure il ragazzino arrabbiato) c’è una sete di violenza e vendetta che non ha limiti. Nel cuore di Cristo c’è l’amare fino al dono di sé che non ha limiti. Fino a dare la propria vita anche per i propri carnefici. Pietro ha paura e prende le distanze. Pietro rinnega. Mi domando se anche noi di fronte alla mitezza di Gesù non prendiamo le distanze e se non avvalliamo la sete di violenza e vendetta che alberga nel cuore di Governanti che postano i video delle loro distruzioni come fossero videogiochi e ci fanno partecipi del grande game… la guerra planetaria in cui schierarci e combattere e uccidere e vincere. Mi domando se anche nel nostro cuore – come in quello dei ragazzini con il coltello – sta crescendo un desiderio di arroganza e violenza senza che ce ne accorgiamo e che ci porta a gridare “crocifiggilo” oppure semplicemente a parteggiare per le soluzioni semplicistiche: fare a pugni, estrarre un coltello, fare la guerra. Tutto diventa semplice e banale. Basta lasciarci andare ai nostri istinti. È la banalità del male che avvalliamo e che porta alla guerra e agli eccidi più efferati.

Guardiamo Gesù, mite e umili di cuore, agnello senza macchia immolato per noi, per amore. Come il sommo sacerdote Caifa posso disquisire e giustificare che è bene che l’innocente muoia… c’è sempre qualche ragionamento che giustifica la morte degli innocenti. C’è sempre un desiderio di morte che riemerge nell’abisso del cuore umano. E anche Pietro prende le distanze da Gesù: paura, angoscia, ragionamenti, incomprensioni…

Poi il gallo canta e Pietro si ricorda: nel suo cuore tornano le parole di Gesù, si connette di nuovo con la realtà dell’amore di Dio come in Gesù si è manifestato. Un amore incontenibile eppure mite, pacato, che chiede la propria adesione. Che non seduce, non imbroglia, non lega, non cattura… ma chiede la nostra libera adesione. E Pietro saprà aprire il cuore ancora a Gesù e al suo disegno di amore. Noi sappiamo che Gesù di nuovo avrà fiducia di lui: Mi ami tu? Pasci i miei agnelli!!!.
La mitezza e la pazienza di Gesù sono lo spazio perché io riporti nel cuore la sua Parola e il suo Amore. E perché io di nuovo mi assuma la mia responsabilità di figlio di Dio chiamato per una missione grande.

Ora la liturgia ci porta a fare una grande preghiera universale: con essa abbracciamo il mondo intero e chiediamo che sia accolto il disegno di salvezza di Dio. E poi ci sarà l’adorazione della croce: anzi del Crocifisso. Di Gesù. Quello che la liturgia ci porta a fare sia vissuto con cuore aperto e docile. In Gesù Crocifisso noi scopriamo il sorgere di un mondo nuovo che bussa al nostro cuore perché nuova sia la nostra vita, la nostra testimonianza.

Maria e il discepolo che Gesù amava siano per noi l’esempio evidente che possiamo prenderci cura gli uni degli altri, senza sciupare il dono di Dio, il sacrificio del Crocifisso.
Maria e il discepolo che Gesù amava sono la modalità concreta di essere Chiesa che resta ai piedi della Croce ma che poi riparte nella testimonianza e nella cura per quanti il Signore ha affidato. E così saranno vinti i desideri di morte e di vendetta e nel nostro cuore resterà la presenza dell’amore di Dio perché impegnati a dare spazio alla Madre e al Figlio reciprocamente, inaspettatamente donati. Con Gesù avviene questo miracolo: chi hai accanto sei chiamato ad accoglierlo come fosse tuo figlio, come fosse tua madre. E inizia un mondo nuovo. La possibilità di prenderci cura l’uno dell’altro e così dalla disperata solitudine ci si ritrova ad essere madri e padri e figli e fratelli e sorelle. Secondo l cuore di Cristo.