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Fine vita: rispetto, accompagnamento, condivisione



Per le persone che soffrono sempre manteniamo il massimo rispetto. Sempre dobbiamo cercare di accompagnarle e condividere con loro il difficile cammino. Sempre le affidiamo al Signore.
Questa nota del dott. Pesce aiuta però a comprendere quanto la questione del suicidio assistito sia politicizzata e ideologizzata rischiando di ridurre la vita umana a una questione individualistica da trattare con burocrazie e commissioni contraddittorie.

Nota


Il comitato etico dell’Azienda Sanitaria di Trieste ha dato il suo parere favorevole al suicido assistito di “Anna”.
Alcune considerazioni sono necessarie.
Innanzitutto la commissione istituita dall’ASUGI per valutare se la signora, ammalata di sclerosi multipla, avesse le quattro condizioni stabilite dalla Corte Costituzionale per accedere al suicidio medicalmente assistito aveva dato parere favorevole. La Corte Costituzionale, ha depenalizzato la punibilità di chi “agevola l’esecuzione del proposito di suicidio” nel caso in cui si tratti di una persona “tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli” (Sentenza 242/2019). Il parere favorevole della commissione ha stravolto completamente lo spirito di quanto stabilito in quella sentenza. Infatti i trattamenti di sostegno vitale sono quelli che si attuano su prescrizione medica, e, qualora sospesi, causano in breve tempo la morte del/della paziente. Si tratta primariamente della respirazione ed alimentazione artificiale, come si evince dal testo della sentenza e, indirettamente, dalla legge sulle disposizioni anticipate di trattamento. La commissione triestina ha invece considerato trattamenti di sostegno vitale la normale assistenza alle persone non autosufficienti (l’igiene, l’aiuto nella evacuazione, l’alimentazione). In questo modo, oltre a stravolgere lo spirito della sentenza della Corte Costituzionale, ha aperto le maglie al suicidio poiché sono moltissime le persone che hanno bisogno della stessa assistenza della signora Anna: pensiamo ai tanti disabili ed ai tantissimi anziani non più auto sufficienti. È necessario anche ricordare che nella stessa sentenza si ribadisce chiaramente che lo Stato Italiano non è a favore del suicidio perché il suo compito è aiutare le persone in situazioni di sofferenza e soprattutto prevenire i tanti abusi che ne deriverebbero. Infatti sono sempre presenti nel codice penale i reati di istigazione ed aiuto al suicidio.
In secondo luogo l’associazione Luca Coscioni, che ha aiutato la signora Anna nella sua battaglia, chiede che sia l’Azienda Sanitaria a fornire il farmaco e il personale sanitario necessario al suicidio. Questa richiesta è inaccettabile perché il servizio sanitario nazionale è stato istituito per curare le persone, per garantire un’equità di accesso all’assistenza sanitaria, ma non certamente per determinare la morte delle persone ammalate. Oltretutto viviamo in un periodo in cui i cittadini aspettano più di un anno per una visita specialistica o per un intervento chirurgico non urgente e spesso chi non ha i soldi non riesce a curarsi. Sarebbe quindi ingiustificato che l’Azienda Sanitaria offra un servizi non previsto dai LEA (livelli essenziali di assistenza che specificano quali sono le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione).
Infine, la grande enfasi su questo caso, contribuisce a creare la mentalità eutanasica. Questa mentalità, secondo cui la vita è un bene disponibile, che può essere tolta quando non ci piace più, è pericolosa per il singolo, perché non aiuta le persone ad affrontare le difficoltà della vita, ed è pericolosa socialmente, come ci ha insegnato la storia. Infatti la mentalità eutanasica, che si fonda su un particolare modo di concepire la dignità della persona umana, porta inevitabilmente a legittimare la possibilità di sopprimere gli esseri umani che la società ritiene abbiano una qualità di vita inaccettabile. Si passa da una scelta eutanasica personale ad una eutanasia di Stato.
Il caso di Anna non rappresenta la stragrande maggioranza dei cittadini ammalati che, nella sofferenza, chiedono solamente di essere aiutati sul piano sanitario, sociale e, soprattutto, umano.

Dott. Paolo Pesce
Presidente Scienza&Vita Trieste


Trieste, 30.09.2023