DIOCESI DI TRIESTE
Ordinazione presbiterale di don Lovre e don Mateusz
✠ Enrico Trevisi
Cattedrsle di San Giusto martire, 6 giugno 2026
Cari Lovre e Mateusz, se siete qui è perché Dio vi ha fatto provare fame di Lui e vi ha nutrito non tanto di manna ma della sua Parola. Ricordatevi sempre del cammino di fede che avete fatto accompagnati da Lui.
Cari fratelli e sorelle, dragi bratje in sestre,
affidiamo al Signore i nostri fratelli don Lovre e don Mateusz. Un caro saluto alle loro famiglie e ai loro amici che provengono da lontano. Un abbraccio a tutti coloro che vi hanno sostenuti nel cammino di formazione, alle vostre comunità neocatecumenali, alle vostre parrocchie e Chiese di origine. E anzitutto al Seminario e ai vostri formatori.
Il nostro sguardo è fisso su Gesù. Sul Gesù vivo che parla ancora al mondo di oggi e sull’eucarestia, la presenza di Cristo pane vivo che ci incanta, che ci stupisce per la sua prossimità, la sua mitezza, per la comunione che ci è offerta continuamente: entrare in comunione con il Dio amore. Di tutto questo, cari don Mateusz e don Lovre, voi siete chiamati ad essere ministri-servitori.
Ogni giorno della vostra vita. Qualche giorno fa il papa incontrando un gruppo di preti (a Napoli l’8 maggio 2026) ha affermato:
“l’agire pastorale è chiamato a una continua incarnazione del messaggio evangelico, perché la fede cristiana professata e celebrata… penetri profondamente nel tessuto della vita e della società. Il peso, però, soprattutto per i presbiteri, è grande. Penso alla fatica di ascoltare le storie che vi vengono consegnate, di intercettare quelle più nascoste che hanno bisogno di venire alla luce, di perseverare nell’impegno di un annuncio evangelico che possa offrire orizzonti di speranza e incoraggiare la scelta del bene; penso alle famiglie affaticate e ai giovani spesso disorientati che vi proponete di accompagnare, e a tutti i bisogni, umani, materiali e spirituali, che i poveri vi affidano bussando alle porte delle vostre parrocchie e delle vostre associazioni”. E per di più talvolta ci sembra che il nostro linguaggio e il nostro agire non siano all’altezza delle domande e delle sfide che ci vengono poste in questa fase storica.
Se questa sfida è grande, se il ministero vi espone ad incontrare tante persone ferite e affaticate, se talvolta la vostra testimonianza sembra non dare i frutti sperati, se talvolta dovrete vincere la tentazione di rinchiudervi dentro spazi protetti che vi allontanano da chi sta soffrendo le ingiustizie e il peso dei peccati, questa sera vi incoraggio a prendervi cura della vostra vita spirituale, e dunque il vostro rapporto vivo con la Parola di Dio e con l’eucarestia. Papa Leone XIV continuava:
“Per questo abbiamo bisogno di cura. Anzitutto la cura della vita interiore e spirituale, alimentando costantemente la nostra relazione personale con il Signore nella preghiera e coltivando la capacità di ascoltare ciò che si agita dentro di noi, per fare discernimento e lasciarci illuminare dallo Spirito. Ciò richiede anche il coraggio di saperci fermare, di non aver paura di interrogare il Vangelo sulle situazioni personali e pastorali che viviamo, per non ridurre il ministero a una funzione da svolgere”.
A voi, cari don Mateusz e don Lovre, ma a tutti i presbiteri raccomando poi quella fraternità sacramentale che esige il prendersi cura gli uni degli altri, e anche il lasciare che i confratelli si prendano cura di voi. Il nostro ministero non è una “funzione da svolgere” ma una vita piena di senso, un darci a Dio per sempre ma dentro una fraternità.
“La cura del nostro ministero – dice papa Leone – passa anche attraverso la fraternità e la comunione. Una fraternità radicata in Dio, che si esprime nell’amicizia e nell’accompagnamento vicendevole, così come nella condivisione di progetti e iniziative pastorali. Essa va considerata «come elemento costitutivo dell’identità dei ministri, non solo come un ideale o uno slogan» (Lett. ap. Una fedeltà che genera futuro, 16). Allo stesso tempo, proprio perché oggi siamo più esposti alle derive della solitudine vivendo in un ambiente culturale più complesso e frammentato, la fraternità chiede di essere coltivata e promossa, magari anche con nuove «forme possibili di vita comune» (ivi, 17), in cui i presbiteri possano aiutarsi a vicenda ed elaborare insieme l’azione pastorale. Si tratta non solo di partecipare a qualche incontro o evento, ma di lavorare per vincere la tentazione dell’individualismo… Esercitiamoci nell’arte della prossimità!”.
Queste parole il papa le sta ripetendo e mi piace farle risuonare anche per tutti noi. La cura della vita spirituale e la cura della fraternità sono le premesse per essere evangelizzatori appassionati e coraggiosi. Non sono espressioni di chiusura, ma le condizioni perché il nostro ministero sia sempre pieno di energia, aperto all’imprevedibile di quanto lo Spirito mediante la Chiesa ci indica nella nostra vita. Coraggiosi a percorrere le strade che in questo tempo ci sono affidate, anche osando ciò che non avevamo preventivato. C’è sempre del nuovo nella missione che Dio ci affida, del nuovo rispetto ai nostri progetti, alle nostre aspettative, alle nostre paure. Sempre. Di nuovo fidatevi di Dio e della Chiesa.
Fra poco vi interrogherò. Ogni tanto tornate a meditare su questi impegni solenni e pubblici. “Volete esercitare per tutta la vita il ministero sacerdotale nel grado di presbiteri come fedeli cooperatori dell’ordine dei vescovi nel servizio del popolo di Dio”? C’è un’aggiunta: “sotto la guida dello Spirito Santo”! Non sarete mai soli. Dio vi accompagna con il suo Spirito e mediante la Chiesa. Dio vi dona un pane vivo per sfamarvi ogni giorno.
Inoltre, vi impegnate ad adempiere degnamente e sapientemente il ministero della Parola; a celebrare con devozione e fedeltà l’eucarestia e il sacramento della riconciliazione; ad implorare con me la divina misericordia per il popolo di Dio a noi affidato.
In una parola oggi vi impegnate ad essere sempre più strettamente uniti a Cristo. Talvolta sperimenterete la fatica, le distrazioni, i peccati. Non temete: Dio vi concede di rialzarvi. Non temete: siamo una grande famiglia nella quale – pur con i nostri limiti – ci impegniamo a sorreggerci. Carissimi don Lovre e don Mateusz benvenuti nella famiglia del nostro presbiterio per essere insieme mandati a servire il Vangelo e il popolo di Dio e a dispensare il pane vivo, il sacramento dell’eucarestia. Coraggio: vale la pena spenderci ogni giorno e con tutto noi stessi! E con gioia. Che la luce di Cristo brilli sempre sui vostri volti. E brillando sui vostri volti arrivi ad illuminare anche altri fratelli e sorelle perché trovino la loro vocazione e con gioia e generosità rispondano alla chiamata del Signore. La messe è molta. Gli operai sono pochi. Preghiamo perché altri giovani rispondano alla chiamata del Signore.