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Pellegrinaggio nell’80° anniversario del martirio del beato don Francesco Bonifacio


DIOCESI DI TRIESTE


Pellegrinaggio nell’80° anniversario del martirio
del beato don Francesco Bonifacio
Santa Messa


✠ Enrico Trevisi


Crassiza, chiesa Santo Stefano, 12 settembre 2026



Cari fratelli e sorelle, dragi bratje in sestre,

siamo qui nella memoria nel beato Francesco Bonifacio ma la nostra fede ci porta ad associarlo al beato Miroslav Bulešić, sacerdote di lingua croata ma anche lui martire della stessa furia omicida e, per questo, oggi pomeriggio ne rievocheremo il martirio.

Siamo in questa chiesa intitolata a S. Stefano che ci ricorda che non solo Gesù ha subito la violenza della Croce, ma anche i discepoli sono chiamati a portarla: e come Gesù, come Stefano protomartire, come il beato Francesco e il beato Miroslav, come il beato Aloise… siamo svegliati a mettere in conto che seguire Gesù non porta ad una strada piena di consenso e di successo, ma porta ad una vita diversa, dove ci sta anche la Croce, talvolta anche il martirio.

San Paolo, nella prima lettura ci ha richiamati a stare lontani dall’idolatria. E ha aggiunto: “il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo?”. Nella complessità del testo appena letto ci ha istruiti che l’Eucarestia che celebriamo non è un atto di culto simile ai sacrifici antichi: l’Eucarestia, e dunque la vita cristiana, anzitutto è partecipare al mistero pasquale, cioè al Padre che ci dà suo Figlio sulla Croce e per mezzo dello Spirito ci configura a una vita nuova, nella sequela di Cristo.

Non c’è Pasqua senza Venerdì Santo. Non c’è la gioia della Risurrezione senza prima lo scandalo della morte in Croce. I nostri beati martiri ci richiamano alla verità della nostra vita di fede. Essi hanno subito la violenza e l’oltraggio dei loro concittadini che accecati dall’odio ideologico comunista uccideva tutti coloro che non erano accondiscendenti alla loro dottrina. Don Bonfifacio era un bravo prete, dedito al Vangelo e al gregge a lui affidato. Riprendendo il Vangelo possiamo dire che insegnava una fede che non è appartenenza formale e superficiale: non basta dire “Signore, Signore”, cioè non basta qualche rosario e qualche Messa. Occorre vivere il Vangelo, costruire la casa (cioè la propria vita, gli affetti, la famiglia, la vita sociale) sulla salda roccia dell’amore di Dio. E ciò è rivoluzionario. Ciò relativizza ogni ideologia. Ciò non ammette idoli a cui sacrificare la propria vita. Idoli, ideologie, stili di vita che contraddicono l’assoluto dell’amore Trinitario. Ne siamo consapevoli?

Il beato Francesco fu fedele al suo ministero… e ciò è bastato per essere considerato un rivale, un nemico da rapire, uccidere, far scomparire.

Gesù dice che l’albero buono non produce frutti cattivi. Dice che l’albero lo si riconosce dai frutti. Se noi siamo la Chiesa germinata da questi martiri siamo chiamati a dare frutti buoni, altrimenti sviliamo, sciupiamo la testimonianza di questi beati. Con questo pellegrinaggio siamo a ripeterci la responsabilità di non sprecare il loro sangue.

Noi in questo fazzoletto del mondo – che sono queste nostre terre – in questo momento storico non siamo sottoposti al martirio cruento; non siamo nella paura e nell’angoscia ma anche nella testimonianza eroica che altri cristiani in questi anni stanno vivendo in tanti Paesi: Nigeria, Corea del Nord, Somalia, Pakistan, Haiti, Sudan e Sud Sudan, ecc.

Noi siamo chiamati ad una testimonianza per la quale l’Eucarestia che celebriamo è davvero partecipazione all’amore sovversivo di Cristo che porta a vivere la famiglia, il lavoro, il divertimento con una novità che desta interrogativi. Dentro le tempeste siamo chiamati a mostrare che noi abbiamo un chiaro punto di riferimento: Cristo Gesù, nostro Salvatore.

Forse il fatto che viviamo in una condizione di libertà, in cui ciascuno si comporta come vuole, ha portato anche noi cristiani a perdere la novità sorprendente dell’amore di Dio e di noi che siamo chiamati ad unirci al sangue di Cristo. L’amore spropositato di Dio che ci dà suo Figlio per noi peccatori… sappiamo esprimerlo come la novità sconvolgente che dà luce e sapore alla nostra vita? Oppure è una dottrina che recitiamo ma che non trasfigura la nostra vita di lucentezza e di coraggio?

Venire in pellegrinaggio nelle terre del martirio dei beati Francesco e Miroslav ci porta a interrogarci sulla nostra fede e su come questa sa diventare novità di vita o se invece viviamo secondo le mode individualiste, comode, tristi, litigiose, irritate che inducono gli idoli di questo mondo: consumare, correre, consumare, guardare con diffidenza gli altri, cercare qualche capro espiatorio a cui addossare tutte le colpe… Temo che le nostre comunità non sappiano comunicare la gioia di aver trovato un Salvatore che abilita ad una vita piena di belle vertigini come sono l’amore fedele tra i coniugi, l’apertura generosa alla vita, la dedizione effettiva ai tanti poveri (materiali e spirituali), una laboriosità che sa di essere contributo alla giustizia e alla pace, il dialogo e l’ascolto rispettoso degli altri, la fiducia sconfinata di essere nel cuore di Dio e che diventa preghiera e contemplazione delle meraviglie di Dio.

Perché la nostra testimonianza di preti, religiosi, laici oggi appare poco significativa per la nostra gente? Questa è la domanda che mi assilla e chiedo al beato Francesco, al beato Miroslav di illuminarmi, di illuminarci. Possano loro darci l’ardire di una fede vera, matura, forte… come una casa costruita sulla salda roccia e che non crolla per le intemperie di questa cultura individualista e godereccia, tecnologica ed efficientista che ci porta a progettare la vita senza Dio. Possano i nostri martiri donarci la gioia della fede in un Dio che ci insegna l’amore vero, che dà gusto vero alla vita, in Cristo. Perché nella contingenza di questo nostro pellegrinaggio, di questo nostro essere qui passa l’amore infinito di Dio che ora è con noi, che ora con la sua grazia ci sta aprendo gli orizzonti infiniti del suo amore.