Solennità di San Giusto martire, Patrono della Città e della Diocesi di Trieste


DIOCESI DI TRIESTE


Solennità di San Giusto martire
Patrono della Città e della Diocesi di Trieste


✠ Enrico Trevisi


Cattedrale di San Giusto, 3 novembre 2026



Cari fratelli e sorelle, dragi bratje in sestre,

Noi celebriamo la festa di San Giusto martire. La sua fede mi fa impallidire: potessi io dare la vita per il Signore e nell’amore, senza indietreggiare e vacillare.

Dice il Dottore della Grazia, Sant’Agostino: “Davanti a te stanno la mia forza e la mia debolezza: conserva la prima, guarisci la seconda. Potessi, annunciando la tua Parola e lodando Te, parlare in modo da infiammare gli animi!” (Sant’Agostino, De Trinitate, XV,28).

Al tramonto della vita terrena, quando si spalancherà quella eterna ci verrà chiesto quanto avremo amato: è questo il senso del Vangelo ascoltato (Gv 12,24ss). Non porteremo di là nulla se non quanto avremo donato, nell’amore, quanto ci saremo presi cura gli uni degli altri. Sull’esempio di Gesù.
Nella Magnifica Humanitas papa Leone XIV dice:
“La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione. La capacità di saperci prendere cura gli uni degli altri è una dimensione importante del nostro essere umani” (MH 114).
E poi ancora: “il nostro costruire deve avere come fondamento la relazione con Dio, come regola l’accettazione del limite umano quale realtà naturale e positiva, come stile la corresponsabilità e il linguaggio evangelico” (MH 236).

Nella memoria di San Giusto ci vogliamo ricordare dei tanti martiri, dei tanti cristiani perseguitati, che nell’amore a Dio donano la vita e per i quali facciamo troppo poco, sia come individui, che come Chiesa, che politica. Invito a pregare, ma anche a rimuovere l’indifferenza. Costruire un mondo di pace, prenderci cura gli uni degli altri, significa anche difendere chi è perseguitato non solo per motivi politici ma anche per la propria fede.

Sono 220 milioni i cristiani nel mondo oggetto di violenze e persecuzioni religiose.

“Perseguitati e dimenticati?”, è il Report sui cristiani oppressi a causa della loro fede 2024-2026, pubblicato il 27 ottobre dalla Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre. Si rileva un peggioramento delle condizioni dei battezzati in molti Paesi. 413 milioni i fedeli che vivono in nazioni con gravi violazioni della libertà religiosa e dunque esposti al rischio.

Leggo dalla presentazione di Cecilia Seppia pubblicata su Vatican News:
“Ci hanno immediatamente chiesto di convertirci e, quando ci siamo rifiutati, hanno iniziato a picchiarci. Ci hanno frustati. Ci hanno legato le gambe, le braccia e messo delle catene alle caviglie. Sopravvissuto per miracolo, Solomon Ako, un ragazzo cristiano di 33 anni proveniente dalla Nigeria settentrionale, racconta l’inferno in terra vissuto da milioni di credenti nel mondo. Rapito durante un assalto di miliziani estremisti al suo villaggio nei pressi di Zaria, Solomon ha descritto ad Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) torture disumane: per ore, lui e gli altri ostaggi venivano tenuti immersi nell'acqua fredda fino al collo, sotto la costante minaccia di morte se non avessero rinnegato la propria fede. La sua storia purtroppo non è un caso isolato ma il volto brutale di una catastrofe globale dei diritti umani”.

La mappatura è agghiacciante. “Dietro questi numeri atroci – dice Marta Petrosillo direttore del Rapporto ACS – ci sono volti, persone, famiglie. Mi è capitato spesso di intervistare cristiani che hanno subito violenze, discriminazioni e anche persecuzioni e uno dei loro primi pensieri è stato appunto quello di chiedere in special modo a noi, fratelli nella fede, di non dimenticarli”.

Non consentiamo che alla persecuzione si aggiunga l’indifferenza. Rompiamo il silenzio.

Nel rapporto ci sono sfaccettature inquietanti. Per esempio, l’Africa subsahariana pare diventare il principale focolaio della violenza islamista integralista mondiale. La tipologia di violenza è devastante e punta alla pulizia etnica e religiosa.

“Spostando lo sguardo verso l’Asia, le violenze cambiano forma ma mantengono la stessa identica ferocia, dividendosi tra la morsa totalitaria dei regimi comunisti e l'ascesa del nazionalismo religioso radicale”. In Corea del Nord, in Cina, in India, in Pakistan si soffre tantissimo. Le modalità sono diverse: talvolta di chiara persecuzione, talvolta per l'ostilità sociale alimentata dall'estremismo religioso di matrice nazionalista. “In Pakistan, la violenza si traduce nel dramma endemico dei rapimenti, delle conversioni forzate e dei matrimoni coatti di ragazze minorenni appartenenti alle minoranze religiose, spesso avallati dai tribunali che fanno prevalere la legge islamica (Sharia) sulle norme civili di tutela”.

Si potrebbe proseguire a raccontare quello che succede nel Medio Oriente in Nicaragua. Ma devo terminare.

Ciò che è più inquietante però è la nostra indifferenza. L’Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, monsignor Ettore Balestrero ha affermato: “l'ostilità anticristiana viene troppo spesso derubricata o ignorata dai media internazionali”.

Se c’è un attentato ad una Chiesa in Siria o in Nigeria le cancellerie occidentali, i grandi network d'informazione parlano di instabilità geopolitiche o di conflitti etnici o di dispute per le risorse idriche e terriere.

E così si nega e si nasconde la verità, e cioè ciò che vittime e carnefici dicono con chiarezza: si uccidono le persone perché cristiane, perché non si convertono alla politica o alla religione dei carnefici.

Quando i cristiani sono la minoranza povera e vulnerabile nessuno li difende. E quando arrivano da noi sono guardati ancora con sospetto. E così – per fare un esempio – se dei profughi cristiani (per esempio pakistani) arrivano a Trieste, o in altre città italiane, li guardiamo ugualmente con diffidenza e sono pertanto respinti dalle nostre Commissioni Territoriali, non si crede alla persecuzione a cui sono stati sottoposti. Ne conosco alcuni.

Il nigeriano Solomon Ako ha raccontato: “Ogni notte, quando i nostri rapitori dormivano, pregavamo. Pregavamo sapendo di non essere soli, che c’era Dio con noi e persone che non ci avrebbero mai abbandonato. È questo che ci ha dato la forza di resistere allora, ed è questo che continua a darci forza oggi”.

Prendiamoci cura gli uni degli altri. Dei cristiani perseguitati nel mondo e per i quali non facciamo abbastanza. Dei giovani che protestano e che hanno bisogno di adulti che sanno ascoltare il loro pensiero, le loro paure, il vuoto che hanno davanti (mi domando: quale speranza stiamo dando ai giovani? Che alleanza educativa stiamo realizzando per i ragazzi?); delle famiglie, con lavoro sottopagato e precario, che non arrivano a fine mese quando invece ci sono inaudite ricchezze accumulate da pochi (perché consentire monopoli e sgravi fiscali e paradisi fiscali?); delle persone anziane e malate e che vivono il dramma della solitudine (come cristiani stiamo facendo la nostra parte?); di chi cerca casa e non la trova (possiamo permetterci di avere tante case pubbliche inagibili? Può la burocrazia restare indifferente?); delle persone con disturbi psichiatrici (stiamo facendo gli investimenti sufficienti?). Non c’è solo il tema dei migranti, ma c’è anche quello e, vincendo le paure e parlandoci, possiamo tentare qualche ulteriore passo di civiltà. Ne abbiamo le capacità. E non perdo la speranza.

San Giusto prega perché noi ci assumiamo le nostre responsabilità anche verso i perseguitati e anche verso i poveri.

San Giusto aiutaci ad avere coraggio e a saper amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come noi stessi, anche quando patiamo incomprensioni e persecuzioni.