DIOCESI DI TRIESTE
Via Crucis cittadina
✠ Enrico Trevisi
Cattedrale di San Giusto, 3 aprile 2026
X STAZIONE: Mc 15, 46-47. Gesù è portato nel sepolcro
Giuseppe avvolse il corpo di Gesù con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.
Il fallimento è completo.
È morto. Chiuso in una tomba. E ci mettiamo una pietra davanti, ci mettiamo sopra una pietra. Non è una morte apparente. Non c’è nessun trucco. La morte è la questione radicale del senso della vita. E sempre arriva il momento nel quale occorre fare i conti con la morte. E fare i conti con le illusioni che avevamo coltivato. Noi speravamo fosse lui il Messia, diranno i due discepoli di Emmaus, increduli anche di quanto le donne dicono la mattina di Pasqua.
La tomba è sigillata. La morte è una dura realtà con la quale tutti siamo chiamati a confrontarci. Io avevo 7 anni quando ho incontrato la dura verità della morte improvvisa, quella di mio papà. Lui ne aveva 39. Morto in un incidente sul lavoro. Io non sapevo cosa volesse dire morire. Ci ho messo un po’ a capire. Poi arrivano gli anni dell’adolescenza, della giovinezza e occorre misurarci con le grandi domande della vita e della morte.
Anche noi ora siamo davanti alla tomba di Gesù sigillata da una grande pietra. Qui c’è la questione decisiva: trovare un senso al morire, al dare la vita. Per dare senso alla vita occorre avere delle ragioni sensate per morire, per sacrificarci, per decidere come spendere la nostra libertà. Per decidere le priorità della vita, le priorità che ci diamo.
Gesù chiuso nel sepolcro mi invita a pensare. Mi chiede di contemplare il suo mistero di amore. Non è fuggito di fronte alla morte. Al fallimento completo della morte umana. Si è dato. Si è speso. Ha amato fino alla fine. Questo amore esagerato trabocca anche da quella tomba. E lì andranno quelle donne a pregare, a onorare, a commiserare… un morto oppure a custodire un mistero che si di-svela anche dentro il fallimento della tomba?
Siamo davanti alla tomba di Gesù e ci domandiamo per che cosa vale la pena vivere i nostri anni, pochi o tanti che siano. Nell’imprevedibilità di sorella morte corporale che arriva anche quando non la aspettiamo, come ben sappiamo dalle tante tragedie che si susseguono. Questa vita è fragile, e siamo chiamati a prendercene cura. Quanti giovani, adulti e anziani soffrono per la precarietà del senso della vita, per l’assurdità del dolore senza amore.
Siamo davanti alla tomba di Gesù e gli chiediamo luce sul mistero della nostra morte e della vita eterna, della vita piena, della vita in Dio, di una comunione che vince tutto l’odio che qui ci assilla. Una luce che rischiara anche i nostri giorni e le nostre scelte dandovi il sapore del desiderio, del desiderio di amare come lui ci ha amati. Il desiderio di vivere senza sprecare la vita. Il desiderio del vincere la morte con l’amore. Lui ci mette nel cuore questo desiderio.
E davanti alla sua tomba, in silenzio, lo rinnoviamo: dammi Signore il desiderio di amare come tu mi ami. Perché tu sei vivo. Perché la morte tu l’hai vinta. E il tuo amore per me, per noi, anche per chi ti rinnega, anche per chi è disperato e non sa riconoscerti, è vivo più che mai! È vivo più che mai e ha bisogno di me perché possa risuonare accanto al fratello e alla sorella con la loro fatica di vivere.
Nella Leggenda dei tre Compagni, una delle più antiche biografie di San Francesco, trovo scritto: “A quei tempi l’amore e il timor di Dio erano come spenti nei cuori, quasi dappertutto” (3Comp 34: FF 1437). Esattamente come ai nostri tempi. E allora vorrei terminare invocando per ciascuno di noi una scintilla delle lacrime e dell’amore di San Francesco per l’Amore non amato, per Gesù Crocifisso.
«Una volta Francesco andava solingo nei pressi della chiesa di Santa Maria della Porziuncola, piangendo e lamentandosi ad alta voce. Un uomo pio e spirituale, udendolo, suppose ch’egli soffrisse di qualche malattia o dispiacere e, mosso da compassione verso di lui, gli chiese perché piangeva così. Disse Francesco: “Piango la passione del mio Signore, e per amore di lui non dovrei vergognarmi di andare gemendo ad alta voce per tutto il mondo”. Allora anche quell’uomo cominciò a piangere insieme a lui ad alta voce. Spesso, alzandosi dall’orazione, aveva gli occhi che parevano pieni di sangue, tanto amaro era stato il suo piangere. E non si affliggeva solo con le lacrime, ma, in memoria della passione del Signore, si asteneva anche dal mangiare e dal bere» (3Comp 14: FF 1413).
L’Amore non è amato. Vengono in mente le parole di Jacopone da Todi: «O Amor, divino amore, Amor, che non se’ amato» (Laude LXXXI)! .