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Mercoledì delle Ceneri


DIOCESI DI TRIESTE


Mercoledì delle Ceneri


✠ Enrico Trevisi


Cattedrale di San Giusto, 14 febbraio 2024



Cari fratelli e sorelle,
Amati fratelli e sorelle: Ljubljeni bratje in sestre

Nel messaggio per questa Quaresima papa Francesco scrive:

Quando il nostro Dio si rivela, comunica libertà: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile» (Es 20,2). Così si apre il Decalogo dato a Mosè sul monte Sinai. Il popolo sa bene di quale esodo Dio parli: l’esperienza della schiavitù è ancora impressa nella sua carne. Riceve le dieci parole nel deserto come via di libertà. Noi li chiamiamo “comandamenti”, accentuando la forza d’amore con cui Dio educa il suo popolo. È infatti una chiamata vigorosa, quella alla libertà. Non si esaurisce in un singolo evento, perché matura in un cammino. Come Israele nel deserto ha ancora l’Egitto dentro di sé – infatti spesso rimpiange il passato e mormora contro il cielo e contro Mosè –, così anche oggi il popolo di Dio porta in sé dei legami oppressivi che deve scegliere di abbandonare”.

La chiamata vigorosa alla libertà è un cammino continuo. Occorre essere liberati dal Faraone, dalla schiavitù d’Egitto, ma ben presto il popolo nel deserto proverà altre schiavitù, quella dei propri bisogni che portano a mormorare (manca l’acqua da bere, manca il cibo, manca la carne…). Per poi finire a farsi idoli e a rinchiudersi in altre schiavitù. Il vitello d’oro è il simbolo di quanto la libertà sia impegnativa: Dio non risponde a macchinetta, cioè non corrisponde a tutte le nostre richieste e soprattutto nei tempi e nelle modalità che a noi piacciono. Il peccato, il vivere strumentalizzando Dio, allontanandoci da Lui, facendo dei nostri bisogni e desideri la regola della vita… è la schiavitù per la quale capiamo che la Quaresima è tempo propizio di conversione.

Il Papa però ci ricorda che il deserto quaresimale non è solo la doverosa lotta contro il peccato e le sue schiavitù, ma è soprattutto uno sperimentare di nuovo la vicinanza di Dio, la sua premura: “come uno sposo ci attira nuovamente a sé e sussurra parole d’amore al nostro cuore”.

Il Vangelo ci suggerisce che impegno quaresimale imprescindibile è quello della preghiera. Rimetterci in sintonia con la chiamata di libertà che Dio ha rivolto al popolo di Israele nel deserto. La preghiera non come un rito da assolvere, magari in modo esibito, come gli ipocriti, ma come una comunione da ricercare con Dio. Di questa preghiera abbiamo bisogno, e la scuola è il metterci in ascolto della Parola di Dio, il meditarla, il rileggerla… Nelle linee pastorali “Guardate a Lui e sarete raggianti” avevo esortato a questo, e ora rilancio. Nella mia vita quanto spazio ha la preghiera fondata sulla Scrittura? Quanto sappiamo rinnovarci perché indugiamo sul progetto di Dio, sui sentimenti di Cristo come i Vangeli ci insegnano? Questa è una via aperta a tutti. Proprio a tutti. La lettura orante della Scrittura è il primo impegno anche di questa Quaresima.

Il Papa prosegue la sua riflessione con questi riferimenti:

“L’esodo dalla schiavitù alla libertà non è un cammino astratto. Affinché concreta sia anche la nostra Quaresima, il primo passo è voler vedere la realtà. Quando nel roveto ardente il Signore attirò Mosè e gli parlò, subito si rivelò come un Dio che vede e soprattutto ascolta: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele» (Es 3,7-8). Anche oggi il grido di tanti fratelli e sorelle oppressi arriva al cielo. Chiediamoci: arriva anche a noi? Ci scuote? Ci commuove? Molti fattori ci allontanano gli uni dagli altri, negando la fraternità che originariamente ci lega”.

La lettura orante della Parola di Dio ci libera dalla schiavitù e ci consente di vedere la realtà in modo diverso. La realtà dei nostri familiari, amici, parrocchiani, ma anche dei colleghi, dei vicini di casa, dei malati, dei poveri… dei tanti poveri che sono in mezzo a noi.

La Quaresima lega la preghiera alla pratica del digiuno e dell’elemosina/carità. Il digiuno non è una dieta alimentare, è invece un non restare schiavi dei nostri bisogni e un lasciarci interpellare dai bisogni dei poveri: ecco l’elemosina, la carità.

Purtroppo tante volte pretendiamo di riempire la nostra vita con le cose… non siamo mai sazi di cose… e di cibo, fino al paradosso che la maggior parte delle malattie del nostro mondo ricco sono dovute a una scorretta ed eccessiva alimentazione. Il digiuno è per dirci che di Dio dobbiamo avere fame. Lui e la sua Parola ci saziano. Se invece non sappiamo darci una regola, come nel deserto, come gli israeliti ci abbuffiamo di cibo che ci abbruttisce, che ci porta al sepolcro, come a Kibrot-Taava, che significa sepolcri dell’ingordigia, dove si muore per aver mangiato troppe quaglie, che Dio aveva dato dopo la continua mormorazione del popolo (Num 11).

Il digiuno è anche una disciplina del nostro tempo personale, per difendere un tempo per la preghiera, per l’ascolto orante della Parola di Dio, e anche per relazioni di carità con il prossimo e la comunità. Questa disciplina del tempo personale (che non è solo per il nostro benessere individuale) ci porta ad accorgerci degli altri e dei loro bisogni. La carità è in stretta connessione con la preghiera e con il digiuno: è lo sbocco naturale. Gli altri sono visti come li vede Dio, come figli e fratelli per i quali vale la pena condividere il nostro tempo e le nostre cose.

Quest’anno la nostra carità quaresimale è finalizzata al dormitorio della Caritas per i migranti transitanti, che è una tra le tante e svariate iniziative con le quali cerchiamo di dare risposta ai tanti poveri. In 18 mesi, solo per la quota di persone migranti sono stati distribuiti presso il nostro Refettorio, 148.120 pasti a 13.371 persone. Grazie per tutti coloro che si sentono parte di questa carità e la voglio sostenere sia come volontari che con la loro elemosina generosa.